Scrivere, sulla carta

Nel 2019, l’Assemblea Regionale Siciliana ha bandito un concorso per assumere 11 consiglieri parlamentari. Alle selezioni per ottenere il posto si sono presentati 250 laureati, con un voto accademico di almeno 105 su 110.
I presupposti per rinfoltire di eccellenze l’amministrazione pubblica del parlamento siciliano c’erano tutti, ma la qualità auspicata in realtà nascondeva una sostanza piuttosto acerba, dietro la forma del diploma.

Ma andiamo con ordine.

I candidati provenivano da un titolo magistrale in Giurisprudenza, Scienze Politiche ed Economia o Statistica, corsi di laurea di alto rispetto nella mentalità classica dei padri fondatori della burocrazia universitaria. Le prove scritte da affrontare consistevano in temi di diritto costituzionale e amministrativo, contabilità e storia, materie pienamente pertinenti con il percorso di studi dei futuri consiglieri.

Ma fra quei 250 candidati, soltanto 1 su 10 ha raggiunto la soglia del 18, e la media dei punteggi di chi è arrivato agli orali è stata di 21 su 30, il minimo richiesto dal bando.

Se le premesse sono queste, certamente non si può immaginare così un salto di qualità dell’Assemblea Siciliana, seppure era proprio questo il motivo del bando: rinforzare le fila con mentalità giovane e persone di esperienza.
E qui sorge il punto più spinoso della questione: com’è possibile che la migliore intellighenzia proveniente dall’università, ragazzi e ragazze da 30 e Lode agli esami e da 110 sulla pergamena, non siano capaci di scrivere un tema dignitoso? Le famose “quattro parole in italiano” si pensava che fossero un problema colmato da tempo, e invece proprio i ragazzi laureati, i neo dottori, ci ricordano che la storia si ripete. Si studia e si ripete, soprattutto quando si boccia agli esami della vita, quelli fuori dall’università.

Se il più alto grado di istruzione dell’ordinamento scolastico italiano non produce i risultati che promette, è tempo che le università si interroghino sulla loro funzione sociale ed economica, perché in fondo piazzare una persona non preparata nei posti per cui più c’è bisogno di conoscenza crea perdite di capitale che si rispecchiano nel livello inadeguato della nostra burocrazia.

Ancor più preoccupante, a mio avviso, è la giustificazione data dal Rettore dell’Università di Palermo in risposta a questi risultati: «Se fossimo alla Sant’Anna di Pisa sono certo che il livello dei temi dei nostri laureati sarebbe elevatissimo, ma la vocazione dell’Università di Palermo è quella dell’accoglienza: aprire le porte e tirare dentro quanti più ragazzi possibile per dare loro un’opportunità. Una politica che inevitabilmente abbassa la qualità». Un po’ come dire che da noi non conta istruirvi, l’importante sono i numeri, e quindi le tasse, gli iscritti e le lodi.

Se di numeri parliamo, allora, occorrerebbe preoccuparsi quantomeno che i voti rispecchino la reale preparazione dello studente, perché altrimenti le università si trasformano in diplomifici la cui unica funzione è il lasciapassare a un requisito d’ammissione di un concorso. Non importa se poi sarai all’altezza del tuo ruolo, basta solo che lo sei sulla carta.

Scrivere non è semplice, ma l’università dovrebbe formarti anche a questo, perché da una buona scrittura dipende il grado di manipolazione del reale, e quindi la competenza intesa come mettere mano a un problema e saperlo risolvere.
Bene allora ha fatto Micciché a sollevare questo, di problema.
Perché nell’epoca di Whatsapp e delle emoticon, non bisogna mai dimenticare quanto sia essenziale per la nostra vita l’arte magica delle parole scritte, capaci di creare sogni a cui la realtà può solo adeguarsi. E quindi trasformare il mondo.

Gianfranco Micciché, Presidente dell’Ars

Scrivere è necessario, ma saper scrivere è più importante: è ciò che segna la differenza fra una laurea e un laureato.

Magari le università si renderanno conto che uno studente in più non è necessariamente più importante di uno studente bravo, ma che entrambi devono sentirsi cambiati dopo il percorso di laurea, capaci di competere con gli altri e con sé stessi per il miglioramento della propria qualità, umana e professionale. E, magari, anche chi bandisce i concorsi dovrebbe forse evitare di cadere nel tranello che solo alcuni corsi di laurea danno la facoltà di selezionare i predestinati migliori.

In fondo, basta affidarsi all’incerta sicurezza della varietà. Perché se accogliere è giusto, premiare senza merito è iniquo.
La competenza si inizia a scrivere così, e di sicuro non viene bocciata.

Due ruote is lo stesso che quattro

Il monopattino, da risorsa green ed antitraffico, sta diventando un problema.

Tutte le maggiori città italiane sono ormai invase da questi mezzi a due ruote capaci di sfrecciare a ogni lato della carreggiata in assenza di qualsiasi elementare rispetto del codice della strada.
Ma dov’è la novità?

Quando si ha la fortuna di fare qualche chilometro senza rimanere bloccati per via del traffico, si è costeggiati da esseri umani che si inclinano avanti e indietro per muoversi, monoruote che hanno pedali talmente piccoli da poter essere usati fino al 42 di piede, biciclettine elettriche e silenziose che ti sfrecciano accanto senza nemmeno avvisarti con il rombo di una turbina in movimento.

Forse è strano leggere che questi monopattini arrivano a 100 km/h e vanno pure in autostrada, per non parlare di quelli che li parcheggiano ovunque.

In fondo però non c’è molto da stupirsi, in strada si replicano gli stessi comportamenti tenuti nella vita sociale: ergo, chi è stronzo nella vita di ogni giorno, lo è anche al volante, o sopra un monopattino. La sostanza, che guidi seduto o in piedi, non cambia.

Se un cittadino parcheggia la macchina in tripla fila oppure nei posti dei disabili senza crearsi problemi, figurarsi se non fa la stessa cosa con un mezzo molto più piccolo e meno ingombrante come un monopattino.

Probabilmente l’illusione è stata quella di associare a mezzi più smart persone più intelligenti.
Ma, come è noto, l’uomo si fortifica nelle sue certezze.

Nulla di nuovo, sotto il casco.

L’insostenibile leggerezza dell’essere Presidente

Nel corso di un evento sulle Giornate dell’Energia, Nello Musumeci, governatore della Sicilia, ha definito l’80% dei dipendenti regionali «assolutamente improduttivi».

Questa ammissione di inefficienza, però, stride con i bonus ai dirigenti regionali che lo stesso Governo guidato dal Presidente Musumeci ha riconosciuto nel 2019.
I dirigenti di prima fascia hanno infatti ricevuto, grazie ad una apposita delibera di giunta, un bonus da 6 mila euro per la loro efficienza ed eccellenza, sollevando le ire dell’allora deputato all’Ars Giancarlo Cancelleri.

Il problema allora si sdoppia: da una parte, Musumeci elogia i dirigenti; dall’altra, ne critica i sottoposti. Di conseguenza, o è stato riconosciuto un premio non dovuto, oppure il Presidente siciliano si è accorto solo adesso di questa inefficienza.

In questo limbo di incertezza, l’unica cosa indiscutibile è la valutazione ambigua che Musumeci fa dei dipendenti regionali: una volta sono troppo bravi, un’altra diventano improduttivi.
Come si conciliano questi opposti? E come mai la differenza risulta chiara solo adesso?

Musumeci è Presidente della Regione Siciliana dal 2017. Di tempo per accorgersi se qualcosa non andasse bene (cioè se qualcuno non lavorasse) ne è passato.
Per non dire della scarsa considerazione dello smart working che il Presidente delinea, quasi che fosse uno strumento utile solo all’ozio professionale.

Di certo, nessuno si aspetta di vedere trasfigurato l’ologramma del dipendente regionale seduto in poltrona, con una trafila di pratiche inevase sulla scrivania, e col piede pronto a timbrare l’uscita dall’ufficio. Ormai ce ne siamo abituati.
Ma nemmeno si può raffigurare quasi l’intera classe operaia come improduttiva.
All’interno degli uffici regionali ci sono professionisti che lavorano, che portano avanti le pratiche, che realizzano gli obiettivi che la stessa giunta regionale si prefigge.
Purtroppo, però, un dipendente che porta a termine il suo lavoro non fa notizia.
Uno che timbra in mutande, invece, è molto più interessante da spargere sui social.
Ma se poi ci si mette anche il Presidente regionale a rinforzare la tesi del “fannullone“, allora siamo di fronte a un cortocircuito.
Perché in questo caso non accusi la classe dirigente, e nemmeno i semplici impiegati regionali, ma, come un boomerang, stai incolpando te stesso.

Musumeci dovrebbe fare un j’accuse personale, confessando il fallimento del controllo sulla qualità del lavoro svolto e l’impotenza di garantire che ognuno faccia il suo dovere.
Per di più, l’ammissione pubblica ti condanna al concorso di colpa: in tanti si sono nascosti dietro la tipica “a mia insaputa” che li assolve da ogni peccato. Almeno in questo, a Musumeci va dato atto di aver detto la (sua) verità.
Ma essere consapevoli di un problema e non saperlo risolvere è forse ancora peggio, perché dimostra l’incapacità di governo che differenzia un politico concreto da un propagandista.

Se la tua forza lavoro non rende, non dovresti innescare una lotta con i sindacati (che peraltro lo hanno querelato per queste frasi), ma invogliare i tuoi dipendenti a fare di più e meglio, e non necessariamente con la forza.
Altrimenti il tuo atto d’accusa diventa un buco nell’acqua, capace di ricevere l’eco di un tonfo affogato e non l’applauso di un popolo esaudito.

Per diventare bellissima, la Sicilia non ha bisogno di essere sgridata.
L’unica cosa di cui si ha bisogno è un leader che sappia trarre il meglio dalla sua squadra, sia quella che rappresenta sia quella che non lo ha votato, sia quella che si è scelto che quella che si è ritrovato a governare.

I rimpalli non servono a fare gol.
Il più delle volte ti tornano indietro; al massimo fanno palo.
Ma in nessun caso ti fanno vincere la partita. O le prossime elezioni.

Tra passato e futuro, ci siamo noi

Un’azienda che assume (ammesso che sia una pratica ancora attuale), inizia la conoscenza del candidato a partire dal suo passato, dalle esperienze pregresse, da chi è stato o ha dimostrato di “saper essere“.

Il curriculum diventa la tessera preziosa del futuro, quel pezzo mancante senza il quale non si può capire la storia di una persona, e di conseguenza il suo domani.

Ma fermiamoci un attimo. Perché chi si è stati dovrebbe corrispondere a chi si sarà?
Chi assicura che basarsi sul passato sia una condizione sufficiente per predire l’affidabilità futura di una persona?

Da Cicerone a Confucio, la Historia Magistra Vitae è stato l’elemento essenziale della conoscenza e della prevedibilità dell’uomo: «studia il passato se vuoi prevedere il futuro».

Ma quanti di noi furono simili alle donne e agli uomini che sono diventati adesso?

Si sa che la vita è un miscuglio di casualità, fortuna e bravura per cui il cambiamento è l’unica costante che caratterizza lo stato di natura. Ed è proprio per questo che, facendo affidamento solo sul passato di una persona, si rischia non soltanto di perdere di vista le potenzialità di quel soggetto, ma anche di condizionare le sue innumerevoli destinazioni.

Pensate a qual è il motivo per cui tutte le persone che abbiamo di fronte fanno proprio quel lavoro.
Forse che un fornaio ha vinto il premio alla materna per i biscotti che ha sfornato? O un Sindaco è stato da piccolo quello che risolveva i pianti degli altri? O un infermiere ha per certo avuto un vissuto da tutore di Cicciobello?

Non sempre il nostro passato ci indica dove andremo, perché – oltre al cambiamento – la vita è questione di scelte che si fanno e così, da commessa di un negozio, una giovane ragazza può diventare un broker assicurativo, o un cameriere può ritrovarsi a gestire una impresa edile nel giro di qualche mese.

Chi saremo non dipende solo da chi siamo stati.
Specialmente se ciò che ci portiamo dietro è il frutto di scelte forzate, inconsapevoli o sbagliate che comunque ci siamo ritrovati a fare.

Un unico, grande percorso: pieno di mete, privo di tracce.

Chiedere un curriculum alla prima esperienza è saccente.
Chiederlo a un lavoratore affermato è inutile, perché già sai cosa quella persona ti può offrire.

Dovremmo allora concentrarci di più su chi abbiamo di fronte, indipendentemente da quello che ha fatto in passato. Solo così potremo delineare chi diventerà in futuro, e non per similarità con punti pregressi della sua esistenza, ma per ciò che lo differenzia dagli altri e che lo rende adatto a quel lavoro, e che differenzia sé stesso rispetto a chi è stato prima.

Una buona azienda non si limita a chiedere il curriculum. Lo costruisce.

Spoiler, no grazie

Dedicato a tutti quelli che hanno la visto la Casa di Carta.
E hanno spoilerato.

In tanti si sono divertiti in questi giorni pubblicando storie e fotografie con i nomi di alcuni personaggi della Casa di Carta.
Perché? Semplice: per anticipare, (in gergo, spoilerare) a chi non l’avesse ancora vista tutta, i personaggi che sarebbero morti nella 4° stagione della serie.

Ma qual è il motivo?

Innanzitutto, la Casa di Carta non è un gioco di sopravvivenza, dove conta chi resta vivo.
Il suo successo lo si deve a un mix di adrenalina, incertezza, suspense continua, passione.
Traduco: se mi dici chi muore, non mi hai rovinato proprio niente.

Chi si affretta a guardare una serie tv tutta d’un fiato, per poi essere il/la primo/a a scrivere sui social come va a finire, rovinando la sorpresa a chi ancora se la sta gustando lentamente, non si rende conto di due cose, molto ma molto importanti.

La prima.
La corsa a finire una serie tv in poche ore rovina il gusto della continuità.
Nell’epoca del consumismo, in cui si vuole tutto e subito, questo dimostra una mancanza di desiderio, per cui tutto rimane uguale a sé stesso. Finito un prodotto, una serie tv, un libro, se ne cerca subito un altro per cercare di colmare il vuoto di senso rappresentato dalla riflessione.
Detto in altre parole: se il tuo obiettivo è finire la Casa di Carta prima di me così me la spoileri, il risultato è che tu l’hai vista in maniera strumentale, con lo scopo di rovinarmi la visione; io la vedo solo perché mi piace vederla. Penso abbia più senso. Di conseguenza, ti sei fatto un torto da solo.

Il godimento va prolungato, non abortito.

Andiamo alla seconda, che possiamo includere nello “spoilerare per non essere spoilerati“.
Il vezzo di chi spoilera si può nascondere in alcuni motivi diversi fra loro: può essere un trauma precedente (qualcuno che ti ha rovinato una serie e tu ti vendichi); può essere paura che qualcuno ti anticipi il finale, quindi una volta al sicuro ti senti libero di scriverne senza timore di rivelazioni altrui; oppure ancora, semplicemente stupidità (l’opzione da me preferita).
Mi spiego: tu credi che, solo perché mi hai detto chi muore, io non la guardo? Credi che sapere quale personaggio della banda viene ucciso mi potrebbe far desistere dal provare l’emozione di vedere io stesso il suo omicidio?

Se pensi che basti scrivere un nome per rovinarmi una serie tv, allora dovresti anche raccontarmi come succede, perché si arriva a questo, come mai proprio quel personaggio muore e non un altro, cosa è successo prima, cosa succederà dopo; dovresti farmi provare la stessa adrenalina come se la stessi vedendo in tv, dovresti creare quella suspense su cui si fonda il successo della serie.
Insomma, per rovinarmi davvero il finale, dovresti farmi vedere proprio quell’episodio per intero. E quindi il tuo spoiler diventa inutile, non serve a nulla, se non a dimostrare quanto l’illusione di farmi un torto.

Io credo che abbiano inventato le Instagram stories o i tweet per motivi ben diversi che per spoilerare le serie tv.
Ma, come sempre, l’uomo riesce a dimostrare un uso alternativo e violento in ogni cosa.
Perché, di fondo, e anche se non ci riesci, il tuo unico fine di spoilerarmi una serie tv è per fare un danno a me e per divertirti tu.

Un po’ la logica del circo.

E’ solo che, non rovinandomi nulla, l’unico risultato che ottieni è quello di esserti sprecato l’occasione di guardarti una serie tv per te stesso, invece che per me.

Questa è la vera figata.
Ma anche la realtà è on demand: solo per chi vuole vederla.

S I E O. Chi lo capisce non spoilera…

Padre nostro, che sei in terra

Un Papa, un Padre.

Sbaglia chi pensa che Francesco fosse da solo a salire quei gradini.
Forse non c’erano tutti i fotografi di rito, le migliaia di fedeli in piazza o la maggior parte della security, ma sicuramente no, Francesco non era da solo.

Portava con sé tutti gli uomini del mondo uniti in una silenziosa processione dolorosa, piena di paura, svuotata di forza.

Una nuova Via Crucis, solitaria nel tempo delle folle, isolata nella vicinanza digitale.

Dovevamo fermarci. Perché solo così potevamo capire pienamente il suo gesto.
Il gesto del Papa.
Il Padre di tutti.

Non è importante se serva, è più importante servire.

Sull’orlo dell’innocenza

La burocrazia molto spesso è un ostacolo e va migliorata. Su questo non ci piove.

Ma siccome in Italia, ogni volta che piove, si sfiora una tragedia, mi viene il dubbio che si tratti di un facile capro espiatorio.

La tempistica amministrativa, le difficoltà procedurali e i gangli moltiplicatori di leggi non possono essere la risposta ai problemi che oggi piegano il nostro Paese.

Negli anni se ne parla di continuo, in passato è stato addirittura istituito un Ministero per la semplificazione, ma, finora, risultati concreti manco a parlarne. Nelle interviste almeno.

Quindi: o la trincea comunicativa della “burocrazia come fonte e panacea di tutti i mali” è ormai scaduta e abusata, o mancano le risposte giuste.

In entrambi i casi, resta il problema di come vanno le cose. E cioè male. E finché se ne parla e basta, nemmeno velocizzare le pratiche servirebbe a niente.

Essere una frana contribuisce a creane di nuove.

Manovre culturali

Venerdì 8 Novembre, Palermo.

Un tizio apre lo sportello del furgone senza guardare chi viene alla sua destra.
Il malcapitato è colui che scrive, che si ritrova improvvisamente con uno specchietto della macchina semifunzionante.

Adirato per l’accaduto, mi rivolgo al tizio del furgone con parole come “che cazzo fai” e un altro paio di similitudini varie.

Dopo aver sfogato le mie lamentele, il tizio mi riprende gridandomi due cose:
1) “ora baaa!!! Già m’ha rittu 3 paruoli”, come se la colpa fosse la mia di lasciarmi scappare qualche parola di troppo (a lui comunque familiare) e non la sua di aprire uno sportello senza guardare;
2) “quando mi stricano la macchina a me io mica fazzu accussì”, riducendo quindi i sinistri stradali a una consuetudine per cui non è necessario infervorarsi.

Detto che comunque uno specchietto non vale una lite, mi è sembrato a quel punto di parlare con qualcuno simile a un essere umano solo perché cammina su due zampe invece di quattro.
La sua strategia difensiva verteva essenzialmente sull’alzare la voce e sul rigirare la colpa su di me, come se avessi dovuto essere io a chiedere scusa a lui per aver detto qualche parolaccia o per essermela presa.

Sarebbe bastato un “scusi, spero non sia successo nulla” per impedire a me di comportarmi da cretino (chi si arrabbia per uno specchietto, specie di fronte a uno sconosciuto malintenzionato, è un cretino. Patentato, ovviamente) e a lui di passare per un incivile qualunque.

Perché in fondo, ciò che lo accomuna agli esseri umani (oltre il bipedismo, chiaramente) è il rifuggire dalle proprie responsabilità.

Anche noi ci comportiamo così un sacco di volte: in una relazione, a scuola o con i genitori, le nostre mancanze non sono mai un’ammissione di colpa, ma diventano sempre il riflesso di errori non corrisposti attraverso lo specchietto delle proprie fragilità.

Invece di dire “tu non mi capisci”, “mi stai chiedendo troppo” o “sei troppo distante con me”, magari la soluzione sarebbe chiedersi “dove sto sbagliando”, o semplicemente accettare di non farcela e non vergognarsi per questo, senza stupide scuse o frasi che nemmeno i bambini pronunciano più.

Ecco perché nella vita si impara sempre.
Perché a volte basta un coglione qualsiasi (pardon, le parolacce no) per ricordarti chi non devi essere.

Vista così, può sembrare perfino una bella storia.
Ma solo perché il mio specchietto funziona come prima…

Polso salva vita

Il titolo di questo articolo potrebbe far pensare che la Beghelli abbia deciso di organizzare una gara di solidarietà fra parti del corpo umano (se intendiamo per vita quella compresa tra fianchi e torace).

E, in un certo senso, è così.
Il salva-gente altro non è che un appiglio alla vita (sempre quella corporea) a cui ci si aggrappa per mezzo dei polsi.

Ma, volendo essere meno filosofici e più concreti, questa storia racconta di un uomo a cui davvero il suo polso ha salvato la vita (quella intera, non solo una parte).

Bob Burdett è un signore di mezza età a cui piace pedalare.
Non solo, a quanto pare è anche uno abbastanza appassionato di tecnologia, tanto da portare sempre con sé uno smartwatch durante le sue passeggiate in bicicletta.

Succede che mentre pedalava nel Riverside State Park (Stati Uniti), cade improvvisamente a terra. Nessuno se ne accorge, o almeno, nessuno che abbia gli occhi se ne accorge.

L’unico a capire cosa stesse succedendo è l’orologio che Bob portava al polso: non un orologio qualunque però, ma uno di quelli in grado di pensare e di agire. Un orologio smart insomma.

Il piccolo aggeggio, da solo, chiama il figlio di Bob, e nel frattempo contatta anche il 911 (numero d’emergenza americano) per mandare un’ambulanza sul luogo. Ah, perché l’orologio è in grado anche di capire dove si trova, e mandare la sua posizione agli altri.

Così è stato spiegato come un polso può salvare una vita. Ma, di fondo, c’è molto di più.

Alcuni giorni fa ho posto una domanda sul mio profilo Instagram, in cui mostravo delle foto scattate per un esperimento.
Le foto le trovate qui (https://bit.ly/2kxdQOM): ritraggono delle persone intente a stare sui loro telefoni invece di dialogare fra loro, solo che i telefoni sono stati rimossi per dare un’immagine d’impatto della questione.

Ho chiesto se quelle foto ci facessero sembrare degli stupidi, oppure se fossero il segno di una nuova specie umana.
Ahimè, la risposta che ha prevalso alla fine è stata la prima.

Certo, passare il giorno chini sul telefono non ci fa essere degni dell’etichetta di homo sapiens. Ma il problema secondo me non è la tecnologia, quanto il motivo per cui passiamo ore e ore sul telefono.

Nel caso di Bob, per esempio, la tecnologia non ci fa passare per stupidi.
Come, di sicuro, la tempestività di un tweet o di un messaggio su WhatsApp è riuscita a risolvere alcune emergenze.

Il problema, come sempre, sta nell’approccio: se tu passi ore su Instagram a bruciarti gli occhi per guardare le storie di tutti, e credi che ricaricare la home sia l’unico obiettivo della tua giornata, beh probabilmente in quel caso sì, sei uno stupido demente.

Ma non puoi per questo affermare che tenere in mano un telefono e guardarlo per ore sia da scemi.

Facciamo un passo indietro.

Ciò che oggi è il telefono, un tempo era la penna.
C’era chi scriveva lettere d’amore, chi scriveva La Divina Commedia, e chi utilizzava carta e penna per inviare minacce di estorsione.

Possiamo per questo dire che Dante era uno stupido demente?

Non credo che questa sia la soluzione, come non lo è tornare ai telefoni privi di connessione (quanto vi manca il 3310, vero?).

La questione, però, diventa anche peggiore nel momento in cui, se tu ti comporti da stupido, cerchi di incolpare la tecnologia per uscirne fuori da innocente. La solita assunzione di responsabilità di chi, non solo commette degli errori, ma incolpa gli altri delle conseguenze.

Il punto di confine sta nella consapevolezza: se sai quello che stai facendo, e perché, allora ogni mezzo ti può essere utile.
Altrimenti è tutta una questione di scuse, scorciatoie, deleghe di colpa.

Capirlo, insegnerebbe a tenere il telefono in un altro modo. In mano, per esempio, e non con la mano.
Fa differenza.

Ecco come la tecnologia può renderci stupidi. O migliori.

Provaci. Per davvero.

Se hai 13 anni, non pensi ai problemi della vita. O meglio: non pensi ai problemi della vita nel modo in cui ci pensano gli adulti.

Questo significa che sei abbastanza grande da non considerare più la privazione di un giocattolo come l’inizio di ogni infelicità, ma anche abbastanza piccolo per reagire, con il giusto peso, a quello che ti capita.

E’ un po’ come la fine del primo amore: tutti abbiamo vissuto quel momento in cui il mondo sembrava crollarci letteralmente addosso, con solo le nostre piccole spalle a sostenerne il peso. Non c’è più un senso, né una ragione per alzarsi dal letto e aprire le finestre.

Ecco, questo è quello che è successo a Harry Storey, un ragazzino di 13 anni del Regno Unito.

Prima cotta, prima delusione.

A quell’età non pensi che fallire sia un’opzione possibile, che la vita possa essere fatta anche di insuccessi. E, il primo impatto, è sempre una bella botta.

Succede quindi che la ragazza per cui Harry perde la testa esce con un altro. E lui, perdendola veramente la testa, decide di farla finita.
Si toglie la vita, eliminando alla radice ogni problema.

E’ una tragedia, già. Ma ci fa capire tanto di più.

Ci fa capire, per esempio, quanto l’essere umano sia allergico al dolore, al punto da preferire il taglio netto a una cura lenta e graduale.
Ci fa capire come l’impazienza sia il segno dei tempi, dove regna l’imperativo del tutto e subito.
E ci fa capire anche quanto contano i sogni nella vita.

Probabilmente un adulto vede un fallimento come una delle possibili soluzioni di un problema: può andare bene o benissimo, oppure male o malissimo.
I bambini invece, per fortuna, guardano ancora con gli occhi della pienezza, dove un risultato mancato combacia con una possibilità in meno, con una realtà che non si realizza e che non lo farà mai più.

Vero, in amore capita spesso di rifiutare o di venire rifiutati.
Ma questo non giustifica il fatto di accontentarsi di una delle possibili soluzioni. Perché la conseguenza di questo atteggiamento sono le coppie che stanno insieme per non fingere solitudine e la mancanza di un rapporto nel rapporto di coppia.

Chi vorrebbe questo? Nessuno. E allora perché il mondo è pieno di coppie così?
Una risposta può essere la mancanza di determinazione, di fiducia, di speranza.
Arrendersi al primo colpo, senza dimostrare quanto ci tieni.

Il piccolo Harry non ha ottenuto ciò che voleva con quel gesto, ma almeno si è ribellato, non ha accettato l’infelicità.
E il suo, di certo, è un gesto sbagliato, ma non ha meno colpe chi gira lo sguardo dall’altro lato, tanto “una vale l’altra”.

No.

Uno vale sé stesso.

E se tu non lotti per diventarlo, né per ottenerlo da qualcun altro, replicherai la catena di negatività che porta alla dissoluzione della coppia, con le conseguenze corna-botte-indifferenza.

Due cose bisogna tenere bene a mente però:
1) se hai intenzione di arrenderti al primo fallimento, non provarci nemmeno;
2) devi capire quando arriva il momento di rinunciare. Perché non puoi ottenere tutto ciò che vuoi.

Resistere potrebbe far nascere una grande storia d’amore.
Ma resistere troppo, potrebbe trasformarsi in reato.

Quindi bisogna farsi guidare dal cuore dell’intelligenza, o dall’intelligenza del cuore.

In entrambi i casi, però, l’unica certezza è l’amore che devi mettere alla base.
Poi passa tutto, gioie e dolori: basta saperli vedere con gli occhi giusti.
Ma, di fondo, devi amare, devi addomesticarti all’idea di praticare l’amore in ogni sua forma.

Allora non si perde.
Si vince.
Sempre.