Rider Gap

Per descrivere la recente protesta dei rider, potremmo usare una parola sola: Arpagone.

Chi era Arpagone? Il protagonista della commedia di Molière, L’Avaro, talmente concentrato sui propri guadagni da perdere di vista il valore dei sentimenti, e con esso l’amore per la giovane Marianna.

Ora, da quanto in nostro possesso, non ci risulta che i rider amino Icardi, Fedez, o Albertino. Ma i loro soldi sì.
E fin qui non c’è nulla di “sbagliato”: il consumismo ha dotato la nostra società di un settimo senso (se sei ne contiamo finora), quello dell’incasso a mano aperta, talmente grande da riversarlo subito sul prossimo acquisto.

E sì che di mance non si vive, ma di sicuro si spende. Così come, sembra, sia stato speso il limite del buon senso in questa vicenda.

La mancia è dovuta? «No».
La mancia è gradita? «Sì».

Ma le due cose non sono collegate.

Scambiare la generosità di qualcuno con una pretesa, finirà per estinguere il gentile (e soprattutto spontaneo) credito di bontà aggiuntiva di chi già paga un servizio.
Perché ricordiamoci che chiunque dà una mancia, lo fa dopo aver già pagato il costo di quanto dovuto.

E’ vero, per un milionario come Cannavaro, qualche euro in più o in meno non fa la differenza, ma così passa un messaggio sbagliato: l’economia circolare dei punti di vista, dove non c’è sosta per il reddito.

Chi è ricco non è scemo, e chi è povero non deve esserlo anche di spirito.
Avete mai visto un mendicante la domenica fuori dalla chiesa, urlare contro e indicare col dito quelli che non gli avevano volontariamente offerto qualche moneta?

No. Però “siccome tu ne hai più di me, me li devi dare”.
In caso contrario, si finisce nella lista di proscrizione moderna, dove invece di confiscare i beni, si confisca la dignità.

Un ragionamento pitocco, segno del bonifico scoperto che abbiamo intestato alla nostra gentilezza.

Un dono è una concessione disinteressata. Altrimenti si trasforma in una tassa, e di tasse non è mai stato amato nessuno.

Scommettiamo una manciata di euro che, al prossimo giro, anche quelli più generosi si tireranno indietro?

Bel colpo a porta vuota.
La propria, però.

Seguimi:
error0

Ora lo sanno tutti

Il 9 Aprile 2019, Ignazio Marino è stato assolto dalla Cassazione in via definitiva perché «il fatto non sussiste».

Di che fatto parlano, i giudici? Durante i 28 mesi nel corso dei quali è stato Sindaco di Roma (poi vi spiegherò perché così pochi), Marino ha utilizzato in totale 20 mila euro per spese di rappresentanza: si tratta di cene, incontri e altri pagamenti effettuati con la carta di credito del Comune.

Alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e del Movimento 5 Stelle presentano allora una serie di esposti su una parte di quelle spese (circa un migliaio di euro) considerate illegittime, dando inizio a quello che verrà ricordato come “il caso scontrini“: la procura di Roma decide di aprire un’inchiesta, che si concluderà appunto con l’assoluzione piena dello scorso 9 Aprile.

Marino quindi è innocente, non ha utilizzato soldi pubblici a fini privati, ma semmai il contrario.
Proprio così: l’ex Sindaco, per dare un segnale della propria onestà, decide di restituire di tasca propria tutti i 20 mila euro spesi per rappresentanza, e donarli alla città di Roma.
Un gesto, per chi la riconoscesse ancora, di pura nobiltà, specialmente se pensate che una parte di essi, per l’esattezza 3.540 €, erano stati utilizzati per ospitare il magnate russo-uzbeko Alisher Usmanov, che grazie all’incontro con Marino decise di spendere 2 milioni per la città di Roma, permettendo così di restaurare la sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio.

Quindi, conti alla mano: Marino aveva la colpa di aver speso 3.540 € a fronte di un introito di 2 milioni di euro.
Nemmeno il peggior ragioniere potrebbe fingere di non avvedersi del guadagno ottenuto.

Eppure, nonostante i numeri parlino chiaro, e nonostante abbia interamente ridato i soldi indietro alla città di Roma, Marino rappresentava un problema per il suo partito, quel PD di cui tanto si era fidato durante la campagna elettorale (e oltre), e che alla fine gli ha voltato le spalle come il peggior nemico.

Già, perché i vertici nazionali del Partito Democratico, il suo partito, ordinarono ai propri consiglieri comunali di firmare in massa le proprie dimissioni davanti a un notaio, comportando di conseguenza la decadenza della Giunta.

Marino in quell’occasione parlò di mandanti, di essere stato accoltellato: e in effetti la vicenda ricorda molto quella delle Idi di Marzo, quando Giulio Cesare venne ucciso dal pugnale amico, dai suoi senatori e perfino dal figlio avuto con un’amante.

L’unica differenza, oltre a titoli e contesti storici, fu che i senatori di allora utilizzarono l’aula democratica come luogo del delitto, quelli di adesso lo studio di un notaio, tanto per rendere l’idea della “morte della democrazia” appena compiuta.

30 il giorno di Ottobre del 2015 in cui avvennero le dimissioni.
28 i mesi di Sindacatura di Marino.
26 i consiglieri comunali dimissionari.

Uno scarto perenne di 2, 2 come i milioni donati alla città di Roma dall’imprenditore Usmanov.

Durante la cerimonia di inaugurazione della riapertura della Sala degli Orazi e Curiazi, finanziata come detto grazie alla cena tra Marino e l’imprenditore russo, il nuovo Sindaco di Roma, Virginia Raggi, dimenticò però di ringraziare proprio colui che aveva favorito questo mecenatismo, prendendosi meriti non suoi.

Ovviamente, è stato più facile parlare di Marino in altre occasioni, come quando nel 2014 la Raggi si presentò con le arance in Campidoglio per chiedere le dimissioni di Marino causa Mafia Capitale.

Cosa c’entrasse Marino con una vicenda esplosa temporalmente alla ribalta durante il suo mandato, ma figlia di taciti e pluriennali accordi ereditati nel tempo tra malaffare e politica, non si capisce. Tanto più che egli è stato anzi capace di denunciare e affrontare con una relazione inviata all’allora Prefetto Gabrielli l’opacità di alcuni metodi di gestione della cosa pubblica, di contratti e bilanci approvati in ritardo, tanto da far dire a Matteo Renzi (a quei tempi ancora gli rispondeva al telefono) «vai sempre in tv, sei la faccia pulita del partito».

Fatto sta che, fra i lancillotti dell’onestà di allora, c’era anche Marcello De Vito, successivamente eletto Presidente del Consiglio Comunale di Roma e arrestato il 20 Marzo 2019 con l’accusa di corruzione.
Come dire, scagli la prima arancia chi è senza reato.

Ma torniamo a Marino.

Durante il suo mandato, checché ne pensino i fautori della sua cacciata dal Campidoglio, è riuscito in numerose piccoli grandi imprese:

  • ha chiuso la più grande discarica del pianeta, Malagrotta, gestita dall’avvocato Cerroni che per 40 anni è stato “il supremo” nella gestione dei rifiuti della Capitale (valore annuale di quasi 1 miliardo di euro);
  • ha pedonalizzato i Fori imperiali, restituendo ai cittadini la libera e completa fruizione di una parte simbolo della città, come avviene in tutti i luoghi rappresentativi delle varie capitali europee;
  • ha eliminato i camion bar dal centro storico, proseguendo nell’opera di riqualificazione urbana al centro del suo programma politico, e ponendo fine alla svendita di suolo pubblico (3 euro al giorno per 2-3 mila euro di fatturato quotidiano);
  • ha introdotto il merito come requisito fondamentale nella scelta delle persone alla guida delle aziende municipalizzate, valutando i vertici da scegliere in base al loro curriculum e non alla fedeltà politica (si pensi a Catia Tomasetti in Acea);
  • ha aperto la terza linea della metropolitana della città, la Linea C;
  • ha preteso la demolizione degli stabilimenti balneari abusivi a Ostia che impedivano il libero accesso al mare ai bagnanti, festeggiando in quell’occasione la vittoria dello Stato sul malaffare;
  • ha promosso la rievocazione storica delle glorie dell’impero attraverso lo spettacolo “Viaggi nell’antica Roma” ai Fori imperiali, con la voce narrante di Piero Angela.

Eppure, di Marino si preferisce il racconto degli scontrini, o della Panda rossa. Ecco, volete saperla questa?

A Marino venne contestato di attraversare la zona Ztl della città senza il dovuto permesso.
Premesso che, a fare notizia, dovrebbe essere il fatto che in Italia un politico usi la macchina rossa (privata, pagata da lui) invece di quella blu (pubblica, pagata da tutti), fatto sta che Marino finì nell’occhio del ciclone perché non aveva il permesso Ztl.
Ma secondo voi, è possibile che il Sindaco della Capitale non abbia il permesso?
Infatti, no. Il permesso ce l’aveva eccome, solo che un hacker si era introdotto nel sistema informatico del Comune, falsificando i dati e quindi facendo registrare le multe al Sindaco.
Tutto ciò ha finito per fare più scalpore rispetto al reato commesso da qualcuno ai danni del primo cittadino della Capitale, perché si è preferito il titolo alla narrazione dei fatti.

Ma purtroppo, la riconoscenza non è patrimonio di tutti.

Come quelli che, ancora oggi, ad assoluzione avvenuta, si guardano bene dal chiedere scusa a Marino, perché a detta loro era inadeguato e aveva perso il contatto con la città, sperando in una rapida damnatio memoriae a loro giustificazione.

Lo andassero a spiegare ai 5 mila romani e romane che hanno affollato Piazza del Campidoglio per urlargli di «non mollare» prima delle dimissioni, come racconta il film Roma Golpe Capitale, regia di Francesco Cordio per Own Air Srl.

Eppure, dall’alto è partito l’ordine della ritirata, e così si è conclusa l’avventura di Marino, il Marziano venuto a portare la normalità nella città meno “normale” del mondo.

Resta un forte senso di incompiuto, e anche di ingiustizia per tutto quanto subito da lui, e da tutti.

Un chirurgo di fama mondiale con oltre 650 trapianti compiuti, 726 pubblicazioni nelle più rinomate riviste scientifiche di Medicina e Chirurgia dei Trapianti, membro di 27 società scientifiche, fondatore di 4, insignito di 59 premi e riconoscimenti pubblici.

Senior Vice President alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, professore di chirurgia, ex senatore (ha rimesso l’incarico quando ha deciso di candidarsi a Sindaco e prima di avere la certezza di diventarlo), come Presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale è riuscito nell’impresa di far chiudere gli ospedali psichiatrici, permettendo, fra l’altro, di desecretare tutti i documenti delle audizioni relative a Stefano Cucchi come ultimo atto da Presidente, affinché fossero messi a disposizione della famiglia nella loro ricerca di giustizia.

Un Sindaco, Marino, che andava in giro in bicicletta e zaino in spalla, così diverso da tutto il resto da risultare un “nemico” ai suoi stessi compagni di partito, incapace di cedere alle manovre superiori, e per questo da cacciare a tutti i costi.

Oggi è il rimpianto di tanti, in special modo dei suoi cittadini, quelli che continuano a inondarlo di affetto e a ricordargli i bei tempi vissuti insieme.

Il bene, infatti, non si dimentica, neanche se è stato falciato un momento prima della spigatura.

Pazienza se qualcuno non avrà la capacità di chiedergli «scusa»; ciò che conta è la quantità di «grazie» ricevuti.

Personalmente non credo servano altri attestati di merito, uniti al ricordo di una brava persona che sicuramente poteva fare di più, ma che ha dato tutto ciò che aveva per fare del suo meglio.

Ieri ormai è passato, non serve rimpiangerlo.

Concentriamoci sul presente, perché il futuro non è nostro se non iniziamo a costruirlo da ora.

Grazie a te, Ignazio, sapremo come fare.

Seguimi:
error0

A testa in giù. Ma sul telefono

C’è qualcosa di interessante nello scambio di tweet fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini.
Lui riporta un fatto di storia, citando la fine che ha fatto il fascismo.
Lei riporta un fatto di ora, perpetrando il malcostume hater del narcisismo da tastiera.

Senza star qui a dire chi abbia torto o ragione (immagino non debba essere bello neanche per lei vedere la vignetta del proprio nonno a testa in giù), mi colpisce più di tutto l’immediatezza dei social.

Quando mai, con tutto il rispetto, la Mussolini avrebbe interagito con Jim Carrey?

E lo stesso vale per noi: commentiamo Verdone, ci facciamo i cazzi dei Ferragnez, insultiamo il politico opposto al nostro, semplicemente perché la prossimità dell’era digitale ci fa sentire amici di tutti, dallo zio Gerry alla zia Anna (Moroni, chi altro).

Chi diventa famoso, accetta anche la vulnerabilità sociale: tutti ti conoscono, e chiunque ti dirà qualcosa. Ma a che prezzo?

Il rischio è quello che, continuando così, non solo possiamo entrare in contatto con qualsiasi specie umana, ma non avremo più con chi parlare nella realtà, dato che siamo tutti immersi nel periodo “ipotetico” dell’irrealtà.

Perché farsi i cazzi degli altri è ormai diventato un obbligo: devo dirti con chi sono, che sto facendo, e quanto mi sto divertendo non perché tu lo veda, ma perché io mi senta migliore di te.

La storia non è più magistra vitae, ma un frenetico cronometro da aggiornare su Instagram ogni volta che ci sembra esserci un motivo valido per vantarsi, col conto alla rovescia puntato sulla prossima puntata della nostra schizofrenia sociale a cielo aperto.

Per di più, ognuno rimane fermo nelle sue convinzioni, senza provare a utilizzare i post degli altri come un contributo alla diversità delle opinioni, ma solo un appiglio per dimostrare la validità delle proprie.

Se solo social equivalesse a una tendenza al miglioramento delle condizioni di vita e alla prossimità con gli altri esseri umani, esserlo avrebbe ancora un significato profondo nella società di oggi.
Altrimenti il rischio diventa quello di dirlo soltanto a parole, tweet e stories, configurando in realtà l’epoca meno social di sempre, intrisa di un narcisismo vincolato allo sfoggio di capi fuori di moda.

Prenderne consapevolezza sarebbe molto utile, senza considerare altrimenti il pericolo scampato di ricevere un tweet da qualcuno che non ci aspetteremmo.

Vero, Jim?

Seguimi:
error0

Specchio riflesso

Non c’è un motivo per uccidere qualcuno, niente che possa giustificare la fine della vita di una persona.

Finora abbiamo sentito parlare di omicidi compiuti per odio, per gelosia, per onore (come se eliminare la causa della vergogna ristabilisca un ordine inverso alle cose, invece che disonorarle ancora di più).

Ora possiamo aggiungere però un’altra descrizione: l’omicidio per svago, un passatempo dei giorni peggiori.

L’ho ucciso perché fra i tanti mi sembrava felice”.

Questa è stata la confessione di Said, il motivo che l’ha portato a uccidere Stefano Leo lo scorso 23 Febbraio, a Torino.

C’era un motivo? «No».

Non c’è mai un motivo, infatti. Men che meno questa parvenza di disumanità.

L’ho ucciso perché aveva un’aria felice. Io volevo ammazzare un ragazzo come me , togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti e togliergli tutte le promesse di felicità. E’ passato un ragazzo, gli sono andato dietro e l’ho accoltellato”.

Di che cosa è effetto questo omicidio?

Non è invidia, perché si desidera ciò che non si ha, mentre la felicità è a portata di tutti.
Non è rancore, perché Said aspettava qualcuno che nemmeno conosceva.
Non è inferiorità, perché non c’era niente a misurare la loro distanza.

Commettere reati è diventato un hobby, qualcosa da fare in assenza di altro, riunirsi in cerchio a picchiare un ragazzino, rubare l’identità a chi se n’è costruita una diversa dalla nostra, vergare di rosso la specie che siamo diventati.

Dietro il gesto di Said c’è questo, la consapevolezza che io non posso somigliarti, io non sono come te e quindi provo a somigliarti, ma non ci riesco. Mi faccio i tuoi cazzi sui social, li imito, mi sento figo quando posto una foto di quello che fai tu, di dove sei stato tu. Ma nemmeno così riesco a somigliarti. E se tu sei diverso da me, sei contro di me.

Chi l’ha detto questo? I cori da stadio, i politici in tv, i fanatici para-religiosi?

Ci ritroviamo in una specie di adattamento darwiniano inverso, dove invece che adattarci al meglio che abbiamo, rigurgitiamo il peggio che possediamo, eliminando ogni forma di confronto.

Ci vorrebbe un metro sociale per capire la distanza che le nostre azioni hanno dalle nostre migliori intenzioni, che abitano in noi, ma in un posto tanto cantinato da aver perso la strada di ritorno.

Non è, questo, un segno del tempo però: anche i primitivi si uccidevano a colpi di clava quando qualcun altro si avvedeva dell’esistenza di un suo simile.
Ma proprio qui sta il punto: non riconosciamo negli altri qualcuno che ci assomigli.
Ci categorizziamo per forme opposte: bianco/nero, cristiano/musulmano, etero/gay, amico/nemico, senza considerare nell’altro un’opportunità al mio sviluppo.

Se ci fosse un perché sarebbe grave, accerterebbe la sua scientificità.
Io mi concentrerei sul quando invece, quando ci siamo comportati anche noi così, e quando insegneremo a qualcuno a non farlo più.

Penso sia la strada migliore.
Un po’ in salita, ma con un panorama mozzafiato. E la immagino come un Genodrome reale. Che alla fine, sempre di Darwin si tratta. Ma almeno, ci diamo la mano l’un l’altro, tutti concorrenti, dallo stesso lato.
Il nostro.

Seguimi:
error0

Al-Domani che aspettava

Questo video mi ha commosso. Tanto.

Ci sono persone che ho conosciuto, anche solo per pochi minuti, legate fra loro da quella solidarietà che si innesca quando tutto ciò che puoi dare al tuo prossimo, è tutto ciò che hai.
C’è il signore delle penne, il palermitano di colore a cui ho dato una bottiglia d’acqua pochi giorni fa, il fotografo che ho conosciuto per caso.
C’è anche il Sindaco Orlando, commosso a portare sulle spalle, per tutti i palermitani di questa città, un uomo buono.

Non ho mai conosciuto Aldo però. Forse l’avrò visto di sfuggita qualche volta, proprio lì fra quei portici incrostati della sua tenerezza.

Aldo girava il mondo, e ha smesso di farlo a Palermo.
È morto per 25 euro. 25 come il primo quarto di un percorso.
Però è vissuto per una vita intera, la cui sofferenza più grande non era quella di dormire per strada, quanto quella di vivere in un letto, al caldo intossicante di un’esistenza comoda, ma priva di qualsiasi ammezzato con vista sul reale.

Aldo ci lascia, a tutti, il significato di quanto si può guadagnare con un sorriso: nessun patrimonio che non valga la pena di essere consumato.

Impariamo da lui, per vincere la violenza senza un tetto di senso che ha, bruscamente, interrotto il suo sogno.

Ps: Piazzale Ungheria non mi è mai piaciuto come nome. Chissà che Aldo non ci faccia anche sto favore…

aldo-helios

Seguimi:
error0

Una vita davanti

La storia di Desirée Mariottini non è facile da affrontare. È una vicenda triste, inutile girarci intorno, ma soprattutto è il contenuto quotidiano di una realtà che spesso vogliamo ignorare. A tutti i costi.

Quello che è accaduto, più o meno, lo trovate cliccando sul suo nome.

Io vorrei invece provare a descrivere un’altra realtà, che non appartiene ai fatti, ma di questi ultimi è stata la causa.

Immaginate di essere una ragazzina di 16 anni: carina, spaesata come tutte, in cerca di qualcosa che le faccia trovare sé stessa, la casa più accogliente per un’adolescente che si guarda intorno senza capire come e perché è finita dentro quel corpo.

I ragazzini, tutti i ragazzini di ogni tempo, sono degli impasti di vita capaci di prendere qualsiasi forma: c’è chi sarà un chirurgo, chi l’imbianchino, chi l’artista di strada, il Presidente della Repubblica (a qualcuno toccherà prima o poi), lo spacciatore dei vicoli bui, la vittima di violenze.

Siamo portati a credere che dietro ogni bambino si nasconda un uomo o una donna dal grande futuro. Ma ognuno di loro avrà la sua strada da percorrere, e a volte non è quella che avevamo immaginato.

Tutti gli spacciatori, i ladri, gli assassini sono stati bambini un tempo. E per nessuno di loro c’è stato un parente, un amico, un vicino di casa che guardando quel faccino tenero gli abbia detto «da grande sarai un criminale» oppure una prostituta, come se la possibilità fosse esclusa a prescindere.

È così che il pusher sotto casa ha avuto la possibilità di diventarlo: perché nessuno gli ha detto che non poteva. Perché nascondiamo sistematicamente la possibilità del male. Perché trattiamo i lati negativi come rifiuti da abbandonare, o da spazzare sotto il divano, senza raccoglierli mai. Così la polvere diventa matassa, e trovarne il bandolo umano diventa sempre più difficile.

Se Desirée si permetteva di avere un rapporto in cambio di una dose non era perché sentiva il bisogno di drogarsi, ma perché non sentiva il bisogno di custodirsi: quando teniamo a qualcosa, la riponiamo in una scatola per tenerla lontana dalla polvere; quando teniamo a qualcuno invece, lo vogliamo il più vicino possibile per prendercene cura.

Lei dava sé stessa perché non sapeva come mettersi al riparo, dove incartarsi per regalare a qualcuno la sorpresa di esistere.

Non mi stupisce quindi che dopo il rapporto si facesse di eroina: quella pillola era il premio di un sacrificio troppo grande, che non poteva essere vanificato. Dopo ore di violenza, non poteva ammettere, a sé stessa, di averlo fatto per niente.

Ci sono “bambini cresciuti” che non si preoccupano nemmeno di mangiare, che pensano solo a farsi, che rincorrono quei 5 euro come uno stipendio mensile, che hanno voglia di fare l’amore in quel posto proprio per dimenticare quel posto che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Desirée è una vittima, violentata per 12 ore prima di morire.

Ma Desirée era una ragazza, come tutte; aveva solo un piccolo handicap alla gamba, che però non le impediva di camminare, se solo avesse saputo la strada.

Desirée era una bambina con ogni futuro possibile stampato in faccia.

Quando vediamo un neonato continuiamo a immaginare per lui le cose più belle possibili, ma impariamo anche ad insegnargli quello che non può diventare. Altrimenti c’è il forte rischio che lo farà.

Seguimi:
error0

Pieni di ammezzati

Secondo un articolo del Sole 24 Ore e’ di circa 1 miliardo di euro l’importo delle bollette elettriche non pagate dagli Italiani. Per far fronte a questo ammanco l’Autorita’ dell’energia, su ricorso del Tar e del Consiglio di Stato, ha stabilito che saranno gli onesti consumatori a pagare per gli evasori.
In sostanza, 200 milioni arretrati di oneri generalisaranno posti a carico di chi paga le bollette con regolarita’.
Lo stesso meccanismo d’altronde era gia’ stato usato per il canone Rai: se qualcuno non pagava, il povero (calza a pennello) contribuente doveva sorbirsi un aumento per controbilanciare la perdita in bilancio.
Ma al bilancio delle famiglie, chi guarda?
Ci samo abituati ad essere il Paese con una fra le tassazioni piu’ alte al mondo, possiamo fregiarci anche del titolo di record interno di evasione, ma c’e’ un indice che misura il livello di salute delle famiglie italiane?
Il cittadino medio, gia’ abbastanza vessato dai contributi che deve versare all’erario, adesso deve pure accollarsi i costi di chi non paga. Domanda lecita: <<ma se io mi comporto bene perche’ devo essere penalizzato, mentre chi infrange le regole (che molto spesso sta anche meglio di me) non viene punito?>>. Giusta osservazione.
Il fatto e’ che in Italia ormai si e’ venuta a creare una polarizzazione sociale per cui agli estremi della scala (poveri e ricchi) sono concessi vantaggi, mentre chi si trova nel mezzo della matassa non gode di alcun beneficio. I primi godono infatti di agevolazioni e sgravi che permettono loro di sopravvivere nel quotidiano, mentre i secondi (condizione economica a parte) riescono ad ottenere un quadro di accorgimenti virtuosi che gli permette di accumulare sempre di piu’.
Insomma, per l’Italiano medio non c’e’ scampo. E come cantava qualcuno, “non togliermi il pallone e non ti disturbo piu’, sono l’italiano medio nel blu dipinto di blu”.
<<Ragioniere che fa, batti?>>

Seguimi:
error0

Falsa partenza

L’Istituto Bruno Leoni, nato per “promuovere le idee per il libero mercato” e presieduto da Franco De Benedetti (fratello dell’ingegner Carlo), ha realizzato una curiosa iniziativa installando un “contatore del debito pubblico” nelle stazioni di Milano e Roma da oggi fino alla conclusione della campagna elettorale.
Il motivo sarebbe quello di ricordare ai passeggeri-elettori che “ogni promessa e’ debito”, nella speranza che loro lo facciano ricordare ai propri eletti (Silvio vacci piano) una volta accomodatisi nelle confortevoli poltrone del potere.
A tal fine ogni pendolare, prima di prendere posto sul treno, ha cosi’ la possibilita’ di essere informato che “da quando sei partito da Roma il debito pubblico e’ cresciuto di 115 milioni. Povero passeggero, in tutti i sensi. A saperlo prima, magari restava nella Capitale e risparmiava i soldi del biglietto.
Gia’, perche’ il totale del debito pubblico di Casa Nostra ammonta a due mila miliardi di euro (che nessuno sa scrivere in cifre, contatore a parte). Per rendere l’idea, un bimbo appena nato porta sulle spalle 40 mila euro, che anche lui a saperlo prima mica usciva dal pancione della mamma, almeno stava al caldo e non doveva gia’ ricorrere alla banca del sangue per il salasso appena subito.
Che poi, questo debito, chi l’ha fatto? E perche’ continua ad aumentare sempre di piu’? E chi e’ il creditore verso cui dobbiamo tutti questi soldi?
Misteri. Fatto sta che il cartellone in stazione continua ad aggiornarsi ogni 3 secondi, tanto per non far dimenticare la posizione vessatoria di ognuno di noi.
Avete presente quelle lavagne economiche in cui si segnano gli indici? Ecco, in questo caso l’inclinazione e’ negativa da qualsiasi punto la si guardi: se va verso l’alto indica che il debito aumenta, se va verso il basso indica la nostra posizione.
Trenitalia da oggi non si scusera’ piu’ per i ritardi, ma per le partenze.
“Il Freccia Verde-Bianco-Rosso e’ pronto a colpire”.
Immaginate dove.

Seguimi:
error0

Nuocere

La notizia e’ che la Procura di Bari ha messo agli arresti la suocera di Girolamo Perrone, morto in un incidente stradale nell’Ottobre 2016, perche’ lei ne ha ordinato l’omicidio.
Il motivo?
Riscattare i soldi dell’assicurazione.
E’ chiaro che, azioni del genere, sono spinte da motivi che hanno a che fare col degrado sociale, aggiunto ad evidenti difficolta’ economiche.
Tuttavia e’ la pianificazione a lasciare l’amaro in bocca.
Ma voi ve l’immaginate il piano studiato a tavolino?
No, abbiamo bisogno di soldi. Non lo vedi che qua moriamo di fame?
Eh, ma lavoro non ce n’e’. Come facciamo?
Ammazziamo tuo marito. Ci pigliamo i soldi e ti sposi con qualcun altro.
Sembra irreale, illogico e impossibile, ma intanto e’ cio’ che accade. Perche’ tanto poi, il parente acquisito e’ pur sempre un estraneo accolto in casa. E quindi meno meritevole di starci rispetto ai gia’ presenti.
Peccato pero’ che a volte la giustizia faccia il suo corso, e cosi’ l’orribile piano e’ stato scoperto.
E adesso?
Immaginate la scena.
Il nuovo inquilino che provera’ a entrare in quella casa, a patto che non sia consapevole di quanto accaduto, potrebbe essere il benvenuto.
Gia’, il benvenuto cliente di un’altra compagnia assicurativa.
Qualcuno dovra’ pur pagare la cauzione, no?
Non tutti i mali vengono per suocere!

Seguimi:
error0

Ci scusiamo per il presagio

Nel 2014, in Veneto, un capotreno assunse la decisione di far scendere dal convoglio un passeggero sprovvisto di biglietto.
Oggi, 4 anni dopo (viva la velocita’ della giustizia), lo stesso capotreno e’ stato condannato a 20 giorni di carcere, con l’accusa di violenza privata (viva l’equita’ della giustizia).
Non e’ chiaro in cosa Andrea Favaretto, dipendente delle Ferrovie dello Stato, sia stato violento: forse ha alzato di un decibel il tono della voce, oppure semplicemente non ha avuto la gentilezza di chiudere un occhio.
Probabilmente, a fare insospettire i giudici, e’ stato il fatto che un dipendente pubblico facesse il suo dovere senza batter ciglio, d’altronde non ci siamo piu’ abituati.
Cosi’, dato che il passeggero viaggiava senza regolare biglietto, alla fermata successiva ha preso i suoi bagagli e li ha lasciati sul binario: ecco il motivo della violenza. Cosa sara’ questa, appropriazione indegna? Abuso di coraggio?
Gli e’ andata pure bene che non e’ stato condannato per estorsione. Magari la sua richiesta poteva essere interpretata dai giudici come una forma di pizzo: “se non paghi, ti brucio la possibilita’ di andare a destinazione”.
In pratica: se scegliete di fare il capotreno, e malauguratamente doveste incontrare qualcuno senza biglietto, o vi mettete in ginocchio e lo pregate di recarsi al primo tabacchino disponibile (con la promessa di non farlo piu’), oppure bene che vi va vi fate un po’ di carcere. Sempre che a nessun passeggero venga in mente di picchiarvi.
In quel caso, sarebbero pure capaci di accusare voi di omissione di soccorso (verso voi stessi) e assolvere il picchiatore per legittima difesa.
“Il treno dei giustizieri e’ in partenza dal binario 86.
Leggere attentamente la smorfia napoletana prima di salire a bordo.

Seguimi:
error0