Maya Angelou

Ho imparato che qualsiasi cosa accada,
o per quanto l’oggi sembri insopportabilmente brutto,
la vita va sempre avanti e il domani sarà migliore.

Ho imparato che si può capire molto di una persona dalla maniera in cui affronta queste tre cose: una giornata piovosa, la perdita del bagaglio, l’intrico delle luci dell’albero di Natale.

Ho imparato, indipendentemente dal rapporto che abbiamo coi nostri genitori, che ci mancheranno quando saranno usciti dalla nostra vita.

Ho imparato che il semplice sopravvivere è diverso da vivere.
Ho imparato che la vita qualche volta consente una seconda chance.

Ho imparato che non si può affrontare la vita con i guantoni da baseball su entrambe le mani: si ha sempre bisogno di gettare qualcosa dietro le spalle.

Ho imparato che ogni volta che prendo una decisione col cuore, generalmente faccio la scelta giusta.

Ho imparato che anche quando ho delle sofferenze non devo essere una sofferenza.

Ho imparato che ogni giorno si dovrebbe uscire ed avere contatti con qualcuno.

Le persone gradiscono molto un abbraccio, o anche semplicemente una pacca sulle spalle.

Ho imparato che ho ancora molto da imparare.

Ho imparato che le persone dimenticheranno quanto hai detto, dimenticheranno quanto hai fatto,
ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire.

A testa in giù. Ma sul telefono

C’è qualcosa di interessante nello scambio di tweet fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini.
Lui riporta un fatto di storia, citando la fine che ha fatto il fascismo.
Lei riporta un fatto di ora, perpetrando il malcostume hater del narcisismo da tastiera.

Senza star qui a dire chi abbia torto o ragione (immagino non debba essere bello neanche per lei vedere la vignetta del proprio nonno a testa in giù), mi colpisce più di tutto l’immediatezza dei social.

Quando mai, con tutto il rispetto, la Mussolini avrebbe interagito con Jim Carrey?

E lo stesso vale per noi: commentiamo Verdone, ci facciamo i cazzi dei Ferragnez, insultiamo il politico opposto al nostro, semplicemente perché la prossimità dell’era digitale ci fa sentire amici di tutti, dallo zio Gerry alla zia Anna (Moroni, chi altro).

Chi diventa famoso, accetta anche la vulnerabilità sociale: tutti ti conoscono, e chiunque ti dirà qualcosa. Ma a che prezzo?

Il rischio è quello che, continuando così, non solo possiamo entrare in contatto con qualsiasi specie umana, ma non avremo più con chi parlare nella realtà, dato che siamo tutti immersi nel periodo “ipotetico” dell’irrealtà.

Perché farsi i cazzi degli altri è ormai diventato un obbligo: devo dirti con chi sono, che sto facendo, e quanto mi sto divertendo non perché tu lo veda, ma perché io mi senta migliore di te.

La storia non è più magistra vitae, ma un frenetico cronometro da aggiornare su Instagram ogni volta che ci sembra esserci un motivo valido per vantarsi, col conto alla rovescia puntato sulla prossima puntata della nostra schizofrenia sociale a cielo aperto.

Per di più, ognuno rimane fermo nelle sue convinzioni, senza provare a utilizzare i post degli altri come un contributo alla diversità delle opinioni, ma solo un appiglio per dimostrare la validità delle proprie.

Se solo social equivalesse a una tendenza al miglioramento delle condizioni di vita e alla prossimità con gli altri esseri umani, esserlo avrebbe ancora un significato profondo nella società di oggi.
Altrimenti il rischio diventa quello di dirlo soltanto a parole, tweet e stories, configurando in realtà l’epoca meno social di sempre, intrisa di un narcisismo vincolato allo sfoggio di capi fuori di moda.

Prenderne consapevolezza sarebbe molto utile, senza considerare altrimenti il pericolo scampato di ricevere un tweet da qualcuno che non ci aspetteremmo.

Vero, Jim?

Specchio riflesso

Non c’è un motivo per uccidere qualcuno, niente che possa giustificare la fine della vita di una persona.

Finora abbiamo sentito parlare di omicidi compiuti per odio, per gelosia, per onore (come se eliminare la causa della vergogna ristabilisca un ordine inverso alle cose, invece che disonorarle ancora di più).

Ora possiamo aggiungere però un’altra descrizione: l’omicidio per svago, un passatempo dei giorni peggiori.

L’ho ucciso perché fra i tanti mi sembrava felice”.

Questa è stata la confessione di Said, il motivo che l’ha portato a uccidere Stefano Leo lo scorso 23 Febbraio, a Torino.

C’era un motivo? «No».

Non c’è mai un motivo, infatti. Men che meno questa parvenza di disumanità.

L’ho ucciso perché aveva un’aria felice. Io volevo ammazzare un ragazzo come me , togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti e togliergli tutte le promesse di felicità. E’ passato un ragazzo, gli sono andato dietro e l’ho accoltellato”.

Di che cosa è effetto questo omicidio?

Non è invidia, perché si desidera ciò che non si ha, mentre la felicità è a portata di tutti.
Non è rancore, perché Said aspettava qualcuno che nemmeno conosceva.
Non è inferiorità, perché non c’era niente a misurare la loro distanza.

Commettere reati è diventato un hobby, qualcosa da fare in assenza di altro, riunirsi in cerchio a picchiare un ragazzino, rubare l’identità a chi se n’è costruita una diversa dalla nostra, vergare di rosso la specie che siamo diventati.

Dietro il gesto di Said c’è questo, la consapevolezza che io non posso somigliarti, io non sono come te e quindi provo a somigliarti, ma non ci riesco. Mi faccio i tuoi cazzi sui social, li imito, mi sento figo quando posto una foto di quello che fai tu, di dove sei stato tu. Ma nemmeno così riesco a somigliarti. E se tu sei diverso da me, sei contro di me.

Chi l’ha detto questo? I cori da stadio, i politici in tv, i fanatici para-religiosi?

Ci ritroviamo in una specie di adattamento darwiniano inverso, dove invece che adattarci al meglio che abbiamo, rigurgitiamo il peggio che possediamo, eliminando ogni forma di confronto.

Ci vorrebbe un metro sociale per capire la distanza che le nostre azioni hanno dalle nostre migliori intenzioni, che abitano in noi, ma in un posto tanto cantinato da aver perso la strada di ritorno.

Non è, questo, un segno del tempo però: anche i primitivi si uccidevano a colpi di clava quando qualcun altro si avvedeva dell’esistenza di un suo simile.
Ma proprio qui sta il punto: non riconosciamo negli altri qualcuno che ci assomigli.
Ci categorizziamo per forme opposte: bianco/nero, cristiano/musulmano, etero/gay, amico/nemico, senza considerare nell’altro un’opportunità al mio sviluppo.

Se ci fosse un perché sarebbe grave, accerterebbe la sua scientificità.
Io mi concentrerei sul quando invece, quando ci siamo comportati anche noi così, e quando insegneremo a qualcuno a non farlo più.

Penso sia la strada migliore.
Un po’ in salita, ma con un panorama mozzafiato. E la immagino come un Genodrome reale. Che alla fine, sempre di Darwin si tratta. Ma almeno, ci diamo la mano l’un l’altro, tutti concorrenti, dallo stesso lato.
Il nostro.

ARS Bambina

In occasione della visita a Palermo del Presidente cinese, Xi Jinping, il piccolo (ha 8 anni) Antonio Tancredi Cadili si è esibito in uno spettacolo dal vivo che certamente sarà raccontato ai migliori registi teatrali del Paese dal loro Presidente.

A Palazzo Reale, Antonio ha rappresentato un brano dell’opera dei pupi: il dialogo tra Orlando e la bellissima Angelica, che era originaria del Catai, la nuova Cina.
La sua esibizione ha commosso Presidente e consorte, che infatti hanno invitato Antonio in Cina per fargli vedere come anche lì sia presente una grande tradizione della migliore ars oratoria siciliana.

Già, i pupi, diventati patrimonio Unesco nel 2008 e da secoli patrimonio della Sicilia.

Ma cos’ha a che fare questa storia con la realtà di oggi? Tantissimo.

Prima di tutto che, in un’epoca di pupi malvestiti da cavalieri, il ritorno al loro originale utilizzo dovrebbe inorgoglire tutti quanti. Compresi i costumisti di professione.

Poi, il luogo della scena: Palazzo dei Normanni, sede dell’Ars (a proposito di maschere), e simbolo della politica siciliana, così bella e preziosa, oltre tutto il resto. Non dimentichiamo che i Normanni erano famosi per le battaglie e le grandi conquiste.

Infine: la meraviglia di uno dei più grandi uomini della Terra per un bambino.
Ci chiediamo mai il motivo perché i bambini ci meraviglino tanto, perché sappiano attirarci una carezza, uno sguardo d’amore e la completa tenerezza in maniera del tutto gratuita e naturale?

Salvo Piparo, maestro puparo per eccellenza, di Antonio ha detto: «caro maestro, ho realizzato il sogno della mia carriera: lavorare con te che sei tutte le espressioni che ho perso crescendo».

Ecco, i bambini ci colpiscono in questo: agiscono per amore, spontaneamente, senza malcelati fini né secondari interessi da curare.

Antonio muove quei pupi perché gli piace farlo.
Non lo fa per soldi, né per compiacere qualcuno.
Segue soltanto le sue passioni, e, facendolo in modo naturale senza pensare a nient’altro che ai pupi, gli riesce perfettamente.

Noi facciamo qualcosa pensando a cosa può darci.
Loro fanno qualcosa pensando a cosa possono dargli loro stessi per farla bene.

Sta qui la differenza, nell’immediatezza di un’azione infantile fatta con amore, e in quella adulta fatta per guadagno.

Non tutti gli adulti sono così, ovviamente, né tutti i bambini sono come Antonio.
Ma questo esempio deve ricordarci che tornare bambini significa spogliarsi del superfluo, per arrivare al cuore di noi stessi attraverso ciò che facciamo.

Io proporrei di abolire tutti i sinonimi di infantile. Infantile non significa sciocco, ridicolo, sprovveduto, ma tutto il contrario.

Essere bambini infatti è un’arte, non un ciao pronunciato distrattamente al vicino di casa che scontri per strada, ma il wow pronunciato con la bocca a O per tutto ciò che incontri nel mondo, dove ogni coperchio che togli diventa una scoperta da capo, anche se in fondo lo conoscevi già.

L’ARS Bambina è un sentimento puro da esercitare con chiunque, prima di tutto con sé stessi: per esserlo infatti, i bambini non recitano, nemmeno quando rappresentano i pupi.

Semplicemente, fanno gli uomini, ruolo che gli adulti spesso dimenticano a recitare.

Bravo Antonio, continua a insegnarci come fare.
Per imparare, tu, avrai tanto di quel tempo, anche nell’estremo oriente.
Basta che il tuo, non diventi un caso di espatrio precoce: potresti iniziare la “fuga dei monelli”.

Cambiamenti

Si dice che l’uomo che si sveglia al mattino è un’altra persona rispetto a quella che finisce la giornata alla sera. Non siamo mai chi eravamo un momento fa, ma come nuvole che si spostano in silenzio, anche noi, impercettibilmente, cambiamo di continuo.

E’ per questo che non ce ne rendiamo conto, e quando apriamo finalmente gli occhi ci sembriamo un’altra persona, l’io di noi stessi visto da quella zia lontana che ci vede crescere tutto d’un colpo dall’ultima volta.

Cambiare è una tensione naturale, a cui non possiamo sottrarci nonostante ansie, paure e dubbi circondino il nostro moto esistenziale.

Forse, però, un cambiamento arriva nel momento in cui meritiamo un’altra chance, e ci dà così la possibilità di migliorare, di provare a fare meglio, di ripartire dopo un brutto errore, di scoprire un nuovo viaggio da fare e sperare in un nuovo obiettivo da raggiungere.

Ci siamo mai chiesti qual è il motivo che ci fa opporre resistenza a un cambiamento? E’ la mancanza di spirito di adattamento, o forse la nostalgia di un passato tanto vicino che potremmo semplicemente chiamare ieri, senza mancare di rispetto all’oggi?

Nuove sfide richiedono sempre notevoli sforzi, è come prendere le misure di un appartamento nuovo dopo un trasloco: all’inizio sembrerà tutto spostato di un metro, ma dopo impareremo ad orientarci anche al buio, sfrecciando di notte in cerca di un bicchiere d’acqua in cucina.

C’è una cosa però che ci accompagna sempre nelle nuove avventure: per quanto insicuri, timorosi o pieni di rimpianti, ci sarà sempre una carica di entusiasmo a fare da contorno alle nostre scelte, una leggera eccitazione che pizzica la nostra curiosità e ci dà la forza di compiere quel passo immenso.

Quando scegliamo di cambiare, ci apriamo nuove strade su cui si può rivelare un percorso migliore di quello che stavamo facendo, anche se all’inizio può sembrarci il contrario: questo perché ci adattiamo talmente tanto a come siamo, da dimenticarci di poter essere anche altro.

Dobbiamo sempre tenere a mente che abbiamo infinite possibilità a nostra disposizione, se solo sapessimo cogliere i segnali che ci arrivano e avere il coraggio di seguirli. E’ come la questione climatica: siamo talmente abituati a vivere così, che non ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato. E non è un caso che sia Greta Thunberg, una ragazzina di 16 anni, a ricordarcelo.

Non si è giovani per caso, ma per scelta. E non si può crescere senza cambiare.

E’ con questo entusiasmo allora, con questo spirito, e anche con questa piccola parte di ansia, che anche io ho deciso di cambiare: da oggi mi troverete qui, in uno spazio tutto mio che spero diventi anche nostro, dove gli unici confini entro cui muoversi saranno quello della creatività e dell’immaginazione, misti a tanto entusiasmo e curiosità.

Come diceva Einstein, l’immaginazione ci porterà dappertutto. E allora, buon viaggio!

Sono solo canzonette

Il mio commento di Sanremo 2019 parte da qui, da un sincero «non mi è piaciuto». Tolta la valutazione bollente, andiamo con ordine all’analisi del Festival.

24 cantanti sono tanti, troppi, anche in termini di voti che finiscono inevitabilmente per disperdersi. Così come cantare 4 volte le stesse canzoni, probabilmente, aumenta anche lo stress e la fatica dei cantanti in gara (Arisa e Anna Tatangelo su tutti): la serata del venerdì dedicata ai grandi successi del passato era una buona strategia diversiva di Conti. Da rivedere di conseguenza anche gli orari: perché trascinarsi per forza fino alle ore piccole, spesso con l’inerzia di spettacoletti poco spettacolari?

La mancanza della scala da scendere, la scala in cui inciampare, la scala in cui sfilare, ha tolto un simbolo al Festival, rimpiazzata peraltro da gradoni traballanti simili più a lastroni di ghiaccio cadenti che a una via d’entrata allo spettacolo. Brutto vedere gli ingressi di lato. Scanzonati.

Le luci: bellissime, hanno disegnato scenografie a sé con composizioni uniche e architetture reali che hanno creato un’atmosfera calda e in linea con ciò che veniva espresso sul palco. L’importanza di un ottimo light designer.

Bisio e Virginia insieme non hanno funzionato: inutile e dannoso fare paragoni con l’anno passato, ma impossibile non notare la mancanza di una miscela completa. Nè l’uno nè l’altro sono presentatori di razza, Baglioni come da tradizione si defilava, mancava quindi qualcuno che prendesse in mano le redini dello svolgimento e non poteva, ahilui, farlo Bisio da solo.

I risultati di share sono un dato interessante, a cui forse viene data troppa importanza: cos’altro vuoi che guardi la gente, quando ogni canale sospende la propria programmazione in tempo di Sanremo? Così come appendersi addosso il merito del successo sui social, in un’epoca in cui i social sono il mezzo di comunicazione (anche broacast) più diffuso, è un po’ melenso. Se la gente guarda solo quello, di che può parlare?

Plauso alla meravigliosa orchestra, quest’anno perfetta e al naturale (il pianista che alla prima sera ha ritardato l’esibizione di Patty Pravo con Briga perché doveva far pipì): ma ci pensate che questi maestri provano da 45 giorni, e stanno 5 sere di seguito seduti su uno sgabello a sfiatarsi di continuo ed avere sempre sulle loro dita la responsabilità della musica? Mistici.

Passiamo ai cantanti: detto di una avversione cronica dei voti per la Tatangelo (nonostante bella presenza e bella voce), sorprende la bocciatura di alcuni big come Nek e Renga, penalizzati probabilmente da canzoni al di sotto del loro livello. Nigiotti meritava di scalare qualche altra posizione, mentre tutto sommato può dirsi parzialmente contento Achille Lauro, diverso per genere e tonalità e quindi una scommessa (a mio avviso, riuscitissima), acclamato da pubblico e critica; bene pure i Zen Circus, dittatori per il dirottarore. Arisa evanescente (come il suo stato di salute), Silvestri compless(iv)amente un gran risultato, anche per il messaggio che voleva mandare.
Fosse per me avrei allargato il podio a 5: con Loredana Bertè e Simone Cristicchi ancora in gara per il titolo finale, probabilmente avremmo avuto un altro vincitore. Entrambi meritavano sicuramente molto di più, per motivi diversi ma riassumibili nei tremiti al collo che hanno regalato sopra tutti. Io avrei continuato a fischiare la loro assenza dai primi posti.

3° classificato: Il Volo piace al pubblico perché gli ricorda l’antica tradizione dei cantanti del passato; a me però la loro canzone ha ricordato soprattutto quella di 4 anni fa, specialmente nell’attacco. Bravi comunque.

2° classificato: Ultimo avrebbe meritato almeno un buffetto da qualcuno, in fondo è il primo di quelli che non hanno vinto il Festival, e quindi aveva tutte le ragioni del mondo ad avercela… col mondo intero (e si è visto in conferenza). La potenza delle sua voce e il tempo interminabile della sua rincorsa emotiva gli daranno ancora tante vittorie. Continua così.

1° classificato: Mahmood è piaciuto, più di tutti. Non ci sono chissà quali complotti dietro. Un detto recita “Chi vince festeggia e chi perde spiega”. A lui è toccata la prima.

A questo punto, forse, sarebbe bene dire due parole sui meccanismi di voto, composti da:

  • perditempo che cercano di sovvertire il Festival giocando con la democraticità dei 5 voti a disposizione;
  • giornalisti che si trasformano in fan di uno o di un altro cantante, finendo per recitare il loro ruolo come gareggianti invece di spettatori (c’è un video in cui esultano al 3° posto, o meglio, al 1° posto mancato del Volo applaudendo e gridando “merde”): poca neutralità;
  • una giuria di esperti che, in virtù della loro competenza, finisce per votare qualcosa di diverso per autocertificare la propria condizione di giurati. Della serie “io so io…”. Anche qui “tanta neutralità”: Bastianich, per esempio, è sicuramente uno esperto di gaffe su Instagram (cit. vote @Negritaband).

Probabilmente bisognerebbe cambiare qualcosa (basta guardare la discrepanza tra televoto e gli altri due sistemi per farsi un’idea), e di questo se n’è accorto anche il direttore artistico che questa mattina ha detto:
«Sono d’accordo su due linee: o il Festival viene deciso da giurie ristrette di addetti ai lavori, o questa mescolanza di tre o quattro giurie diventa discutibile. Qualsiasi direttore artistico si è trovato davanti a questo problema. C’è un atteggiamento timoroso verso la sala stampa: si pensa che togliere a critici ed addetti ai lavori questa possibilità possa suscitare ostilità. Io non so se accadrebbe davvero, ho sempre grande rispetto per la stampa, ma io penso che se il Festival vuole essere davvero una manifestazione popolare, potrebbe essere gestita solo dal televoto. A mio avviso o si sceglie una linea o si sceglie l’altra».

Chiudo così: Baglioni era meglio si fermava al primo Festival, sicuramente non a un terzo. Lui, tanto, mica lo fa per Soldi, soldi. Clap clap.

Buon 2019

Un anno non è un tempo sufficientemente adatto a fare bilanci.
Ma per fare ragionamenti, è sempre tempo.
Così, in un anno di blog, ho imparato che:

  • la passione, senza la cura e un’attenzione costante, non basta: ecco che ritorna il «bravo ma non si applica»;
  • è più facile farle le cose, perché dirle soltanto ti complica la vita: poi devi rispettarlo…
  • se sei bravo in ciò che sai fare, non è un premio, ma una condanna: tutti conteranno su di te, e potrai solo fare tutto di più che soddisfare le loro e le tue attese;
  • l’esercizio migliora la pratica, non tanto perché affina la tua tecnica, ma perché vedrai le stesse cose con l’esperienza di chi ha già ottenuto quel risultato, per raggiungerne uno ancora più grande;
  • scrivere, è la cosa che mi piace di più. Non so prima o dopo cosa, ma sicuramente, di più (quando mi riesce bene).

Se avete un sogno, provateci a realizzarlo; ma se quel sogno è il vostro panettone alla fine del pranzo di un Capodanno, non rinunciateci mai: potreste pentirvene per una mano intera.
Solo che la vita non è un gioco a turno: se passate, (s)finisce.

Auguri, buon Anno.

Al-Domani che aspettava

Questo video mi ha commosso. Tanto.

Ci sono persone che ho conosciuto, anche solo per pochi minuti, legate fra loro da quella solidarietà che si innesca quando tutto ciò che puoi dare al tuo prossimo, è tutto ciò che hai.
C’è il signore delle penne, il palermitano di colore a cui ho dato una bottiglia d’acqua pochi giorni fa, il fotografo che ho conosciuto per caso.
C’è anche il Sindaco Orlando, commosso a portare sulle spalle, per tutti i palermitani di questa città, un uomo buono.

Non ho mai conosciuto Aldo però. Forse l’avrò visto di sfuggita qualche volta, proprio lì fra quei portici incrostati della sua tenerezza.

Aldo girava il mondo, e ha smesso di farlo a Palermo.
È morto per 25 euro. 25 come il primo quarto di un percorso.
Però è vissuto per una vita intera, la cui sofferenza più grande non era quella di dormire per strada, quanto quella di vivere in un letto, al caldo intossicante di un’esistenza comoda, ma priva di qualsiasi ammezzato con vista sul reale.

Aldo ci lascia, a tutti, il significato di quanto si può guadagnare con un sorriso: nessun patrimonio che non valga la pena di essere consumato.

Impariamo da lui, per vincere la violenza senza un tetto di senso che ha, bruscamente, interrotto il suo sogno.

Ps: Piazzale Ungheria non mi è mai piaciuto come nome. Chissà che Aldo non ci faccia anche sto favore…

aldo-helios

Una vita davanti

La storia di Desirée Mariottini non è facile da affrontare. È una vicenda triste, inutile girarci intorno, ma soprattutto è il contenuto quotidiano di una realtà che spesso vogliamo ignorare. A tutti i costi.

Quello che è accaduto, più o meno, lo trovate cliccando sul suo nome.

Io vorrei invece provare a descrivere un’altra realtà, che non appartiene ai fatti, ma di questi ultimi è stata la causa.

Immaginate di essere una ragazzina di 16 anni: carina, spaesata come tutte, in cerca di qualcosa che le faccia trovare sé stessa, la casa più accogliente per un’adolescente che si guarda intorno senza capire come e perché è finita dentro quel corpo.

I ragazzini, tutti i ragazzini di ogni tempo, sono degli impasti di vita capaci di prendere qualsiasi forma: c’è chi sarà un chirurgo, chi l’imbianchino, chi l’artista di strada, il Presidente della Repubblica (a qualcuno toccherà prima o poi), lo spacciatore dei vicoli bui, la vittima di violenze.

Siamo portati a credere che dietro ogni bambino si nasconda un uomo o una donna dal grande futuro. Ma ognuno di loro avrà la sua strada da percorrere, e a volte non è quella che avevamo immaginato.

Tutti gli spacciatori, i ladri, gli assassini sono stati bambini un tempo. E per nessuno di loro c’è stato un parente, un amico, un vicino di casa che guardando quel faccino tenero gli abbia detto «da grande sarai un criminale» oppure una prostituta, come se la possibilità fosse esclusa a prescindere.

È così che il pusher sotto casa ha avuto la possibilità di diventarlo: perché nessuno gli ha detto che non poteva. Perché nascondiamo sistematicamente la possibilità del male. Perché trattiamo i lati negativi come rifiuti da abbandonare, o da spazzare sotto il divano, senza raccoglierli mai. Così la polvere diventa matassa, e trovarne il bandolo umano diventa sempre più difficile.

Se Desirée si permetteva di avere un rapporto in cambio di una dose non era perché sentiva il bisogno di drogarsi, ma perché non sentiva il bisogno di custodirsi: quando teniamo a qualcosa, la riponiamo in una scatola per tenerla lontana dalla polvere; quando teniamo a qualcuno invece, lo vogliamo il più vicino possibile per prendercene cura.

Lei dava sé stessa perché non sapeva come mettersi al riparo, dove incartarsi per regalare a qualcuno la sorpresa di esistere.

Non mi stupisce quindi che dopo il rapporto si facesse di eroina: quella pillola era il premio di un sacrificio troppo grande, che non poteva essere vanificato. Dopo ore di violenza, non poteva ammettere, a sé stessa, di averlo fatto per niente.

Ci sono “bambini cresciuti” che non si preoccupano nemmeno di mangiare, che pensano solo a farsi, che rincorrono quei 5 euro come uno stipendio mensile, che hanno voglia di fare l’amore in quel posto proprio per dimenticare quel posto che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Desirée è una vittima, violentata per 12 ore prima di morire.

Ma Desirée era una ragazza, come tutte; aveva solo un piccolo handicap alla gamba, che però non le impediva di camminare, se solo avesse saputo la strada.

Desirée era una bambina con ogni futuro possibile stampato in faccia.

Quando vediamo un neonato continuiamo a immaginare per lui le cose più belle possibili, ma impariamo anche ad insegnargli quello che non può diventare. Altrimenti c’è il forte rischio che lo farà.

Rieccomi

«Il blog è un’attività seria» mi disse un maestro in materia mesi fa…
E allora prendiamolo con serietà.
#SiRiparte

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