Rider Gap

Per descrivere la recente protesta dei rider, potremmo usare una parola sola: Arpagone.

Chi era Arpagone? Il protagonista della commedia di Molière, L’Avaro, talmente concentrato sui propri guadagni da perdere di vista il valore dei sentimenti, e con esso l’amore per la giovane Marianna.

Ora, da quanto in nostro possesso, non ci risulta che i rider amino Icardi, Fedez, o Albertino. Ma i loro soldi sì.
E fin qui non c’è nulla di “sbagliato”: il consumismo ha dotato la nostra società di un settimo senso (se sei ne contiamo finora), quello dell’incasso a mano aperta, talmente grande da riversarlo subito sul prossimo acquisto.

E sì che di mance non si vive, ma di sicuro si spende. Così come, sembra, sia stato speso il limite del buon senso in questa vicenda.

La mancia è dovuta? «No».
La mancia è gradita? «Sì».

Ma le due cose non sono collegate.

Scambiare la generosità di qualcuno con una pretesa, finirà per estinguere il gentile (e soprattutto spontaneo) credito di bontà aggiuntiva di chi già paga un servizio.
Perché ricordiamoci che chiunque dà una mancia, lo fa dopo aver già pagato il costo di quanto dovuto.

E’ vero, per un milionario come Cannavaro, qualche euro in più o in meno non fa la differenza, ma così passa un messaggio sbagliato: l’economia circolare dei punti di vista, dove non c’è sosta per il reddito.

Chi è ricco non è scemo, e chi è povero non deve esserlo anche di spirito.
Avete mai visto un mendicante la domenica fuori dalla chiesa, urlare contro e indicare col dito quelli che non gli avevano volontariamente offerto qualche moneta?

No. Però “siccome tu ne hai più di me, me li devi dare”.
In caso contrario, si finisce nella lista di proscrizione moderna, dove invece di confiscare i beni, si confisca la dignità.

Un ragionamento pitocco, segno del bonifico scoperto che abbiamo intestato alla nostra gentilezza.

Un dono è una concessione disinteressata. Altrimenti si trasforma in una tassa, e di tasse non è mai stato amato nessuno.

Scommettiamo una manciata di euro che, al prossimo giro, anche quelli più generosi si tireranno indietro?

Bel colpo a porta vuota.
La propria, però.

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Ora lo sanno tutti

Il 9 Aprile 2019, Ignazio Marino è stato assolto dalla Cassazione in via definitiva perché «il fatto non sussiste».

Di che fatto parlano, i giudici? Durante i 28 mesi nel corso dei quali è stato Sindaco di Roma (poi vi spiegherò perché così pochi), Marino ha utilizzato in totale 20 mila euro per spese di rappresentanza: si tratta di cene, incontri e altri pagamenti effettuati con la carta di credito del Comune.

Alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e del Movimento 5 Stelle presentano allora una serie di esposti su una parte di quelle spese (circa un migliaio di euro) considerate illegittime, dando inizio a quello che verrà ricordato come “il caso scontrini“: la procura di Roma decide di aprire un’inchiesta, che si concluderà appunto con l’assoluzione piena dello scorso 9 Aprile.

Marino quindi è innocente, non ha utilizzato soldi pubblici a fini privati, ma semmai il contrario.
Proprio così: l’ex Sindaco, per dare un segnale della propria onestà, decide di restituire di tasca propria tutti i 20 mila euro spesi per rappresentanza, e donarli alla città di Roma.
Un gesto, per chi la riconoscesse ancora, di pura nobiltà, specialmente se pensate che una parte di essi, per l’esattezza 3.540 €, erano stati utilizzati per ospitare il magnate russo-uzbeko Alisher Usmanov, che grazie all’incontro con Marino decise di spendere 2 milioni per la città di Roma, permettendo così di restaurare la sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio.

Quindi, conti alla mano: Marino aveva la colpa di aver speso 3.540 € a fronte di un introito di 2 milioni di euro.
Nemmeno il peggior ragioniere potrebbe fingere di non avvedersi del guadagno ottenuto.

Eppure, nonostante i numeri parlino chiaro, e nonostante abbia interamente ridato i soldi indietro alla città di Roma, Marino rappresentava un problema per il suo partito, quel PD di cui tanto si era fidato durante la campagna elettorale (e oltre), e che alla fine gli ha voltato le spalle come il peggior nemico.

Già, perché i vertici nazionali del Partito Democratico, il suo partito, ordinarono ai propri consiglieri comunali di firmare in massa le proprie dimissioni davanti a un notaio, comportando di conseguenza la decadenza della Giunta.

Marino in quell’occasione parlò di mandanti, di essere stato accoltellato: e in effetti la vicenda ricorda molto quella delle Idi di Marzo, quando Giulio Cesare venne ucciso dal pugnale amico, dai suoi senatori e perfino dal figlio avuto con un’amante.

L’unica differenza, oltre a titoli e contesti storici, fu che i senatori di allora utilizzarono l’aula democratica come luogo del delitto, quelli di adesso lo studio di un notaio, tanto per rendere l’idea della “morte della democrazia” appena compiuta.

30 il giorno di Ottobre del 2015 in cui avvennero le dimissioni.
28 i mesi di Sindacatura di Marino.
26 i consiglieri comunali dimissionari.

Uno scarto perenne di 2, 2 come i milioni donati alla città di Roma dall’imprenditore Usmanov.

Durante la cerimonia di inaugurazione della riapertura della Sala degli Orazi e Curiazi, finanziata come detto grazie alla cena tra Marino e l’imprenditore russo, il nuovo Sindaco di Roma, Virginia Raggi, dimenticò però di ringraziare proprio colui che aveva favorito questo mecenatismo, prendendosi meriti non suoi.

Ovviamente, è stato più facile parlare di Marino in altre occasioni, come quando nel 2014 la Raggi si presentò con le arance in Campidoglio per chiedere le dimissioni di Marino causa Mafia Capitale.

Cosa c’entrasse Marino con una vicenda esplosa temporalmente alla ribalta durante il suo mandato, ma figlia di taciti e pluriennali accordi ereditati nel tempo tra malaffare e politica, non si capisce. Tanto più che egli è stato anzi capace di denunciare e affrontare con una relazione inviata all’allora Prefetto Gabrielli l’opacità di alcuni metodi di gestione della cosa pubblica, di contratti e bilanci approvati in ritardo, tanto da far dire a Matteo Renzi (a quei tempi ancora gli rispondeva al telefono) «vai sempre in tv, sei la faccia pulita del partito».

Fatto sta che, fra i lancillotti dell’onestà di allora, c’era anche Marcello De Vito, successivamente eletto Presidente del Consiglio Comunale di Roma e arrestato il 20 Marzo 2019 con l’accusa di corruzione.
Come dire, scagli la prima arancia chi è senza reato.

Ma torniamo a Marino.

Durante il suo mandato, checché ne pensino i fautori della sua cacciata dal Campidoglio, è riuscito in numerose piccoli grandi imprese:

  • ha chiuso la più grande discarica del pianeta, Malagrotta, gestita dall’avvocato Cerroni che per 40 anni è stato “il supremo” nella gestione dei rifiuti della Capitale (valore annuale di quasi 1 miliardo di euro);
  • ha pedonalizzato i Fori imperiali, restituendo ai cittadini la libera e completa fruizione di una parte simbolo della città, come avviene in tutti i luoghi rappresentativi delle varie capitali europee;
  • ha eliminato i camion bar dal centro storico, proseguendo nell’opera di riqualificazione urbana al centro del suo programma politico, e ponendo fine alla svendita di suolo pubblico (3 euro al giorno per 2-3 mila euro di fatturato quotidiano);
  • ha introdotto il merito come requisito fondamentale nella scelta delle persone alla guida delle aziende municipalizzate, valutando i vertici da scegliere in base al loro curriculum e non alla fedeltà politica (si pensi a Catia Tomasetti in Acea);
  • ha aperto la terza linea della metropolitana della città, la Linea C;
  • ha preteso la demolizione degli stabilimenti balneari abusivi a Ostia che impedivano il libero accesso al mare ai bagnanti, festeggiando in quell’occasione la vittoria dello Stato sul malaffare;
  • ha promosso la rievocazione storica delle glorie dell’impero attraverso lo spettacolo “Viaggi nell’antica Roma” ai Fori imperiali, con la voce narrante di Piero Angela.

Eppure, di Marino si preferisce il racconto degli scontrini, o della Panda rossa. Ecco, volete saperla questa?

A Marino venne contestato di attraversare la zona Ztl della città senza il dovuto permesso.
Premesso che, a fare notizia, dovrebbe essere il fatto che in Italia un politico usi la macchina rossa (privata, pagata da lui) invece di quella blu (pubblica, pagata da tutti), fatto sta che Marino finì nell’occhio del ciclone perché non aveva il permesso Ztl.
Ma secondo voi, è possibile che il Sindaco della Capitale non abbia il permesso?
Infatti, no. Il permesso ce l’aveva eccome, solo che un hacker si era introdotto nel sistema informatico del Comune, falsificando i dati e quindi facendo registrare le multe al Sindaco.
Tutto ciò ha finito per fare più scalpore rispetto al reato commesso da qualcuno ai danni del primo cittadino della Capitale, perché si è preferito il titolo alla narrazione dei fatti.

Ma purtroppo, la riconoscenza non è patrimonio di tutti.

Come quelli che, ancora oggi, ad assoluzione avvenuta, si guardano bene dal chiedere scusa a Marino, perché a detta loro era inadeguato e aveva perso il contatto con la città, sperando in una rapida damnatio memoriae a loro giustificazione.

Lo andassero a spiegare ai 5 mila romani e romane che hanno affollato Piazza del Campidoglio per urlargli di «non mollare» prima delle dimissioni, come racconta il film Roma Golpe Capitale, regia di Francesco Cordio per Own Air Srl.

Eppure, dall’alto è partito l’ordine della ritirata, e così si è conclusa l’avventura di Marino, il Marziano venuto a portare la normalità nella città meno “normale” del mondo.

Resta un forte senso di incompiuto, e anche di ingiustizia per tutto quanto subito da lui, e da tutti.

Un chirurgo di fama mondiale con oltre 650 trapianti compiuti, 726 pubblicazioni nelle più rinomate riviste scientifiche di Medicina e Chirurgia dei Trapianti, membro di 27 società scientifiche, fondatore di 4, insignito di 59 premi e riconoscimenti pubblici.

Senior Vice President alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, professore di chirurgia, ex senatore (ha rimesso l’incarico quando ha deciso di candidarsi a Sindaco e prima di avere la certezza di diventarlo), come Presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale è riuscito nell’impresa di far chiudere gli ospedali psichiatrici, permettendo, fra l’altro, di desecretare tutti i documenti delle audizioni relative a Stefano Cucchi come ultimo atto da Presidente, affinché fossero messi a disposizione della famiglia nella loro ricerca di giustizia.

Un Sindaco, Marino, che andava in giro in bicicletta e zaino in spalla, così diverso da tutto il resto da risultare un “nemico” ai suoi stessi compagni di partito, incapace di cedere alle manovre superiori, e per questo da cacciare a tutti i costi.

Oggi è il rimpianto di tanti, in special modo dei suoi cittadini, quelli che continuano a inondarlo di affetto e a ricordargli i bei tempi vissuti insieme.

Il bene, infatti, non si dimentica, neanche se è stato falciato un momento prima della spigatura.

Pazienza se qualcuno non avrà la capacità di chiedergli «scusa»; ciò che conta è la quantità di «grazie» ricevuti.

Personalmente non credo servano altri attestati di merito, uniti al ricordo di una brava persona che sicuramente poteva fare di più, ma che ha dato tutto ciò che aveva per fare del suo meglio.

Ieri ormai è passato, non serve rimpiangerlo.

Concentriamoci sul presente, perché il futuro non è nostro se non iniziamo a costruirlo da ora.

Grazie a te, Ignazio, sapremo come fare.

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A testa in giù. Ma sul telefono

C’è qualcosa di interessante nello scambio di tweet fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini.
Lui riporta un fatto di storia, citando la fine che ha fatto il fascismo.
Lei riporta un fatto di ora, perpetrando il malcostume hater del narcisismo da tastiera.

Senza star qui a dire chi abbia torto o ragione (immagino non debba essere bello neanche per lei vedere la vignetta del proprio nonno a testa in giù), mi colpisce più di tutto l’immediatezza dei social.

Quando mai, con tutto il rispetto, la Mussolini avrebbe interagito con Jim Carrey?

E lo stesso vale per noi: commentiamo Verdone, ci facciamo i cazzi dei Ferragnez, insultiamo il politico opposto al nostro, semplicemente perché la prossimità dell’era digitale ci fa sentire amici di tutti, dallo zio Gerry alla zia Anna (Moroni, chi altro).

Chi diventa famoso, accetta anche la vulnerabilità sociale: tutti ti conoscono, e chiunque ti dirà qualcosa. Ma a che prezzo?

Il rischio è quello che, continuando così, non solo possiamo entrare in contatto con qualsiasi specie umana, ma non avremo più con chi parlare nella realtà, dato che siamo tutti immersi nel periodo “ipotetico” dell’irrealtà.

Perché farsi i cazzi degli altri è ormai diventato un obbligo: devo dirti con chi sono, che sto facendo, e quanto mi sto divertendo non perché tu lo veda, ma perché io mi senta migliore di te.

La storia non è più magistra vitae, ma un frenetico cronometro da aggiornare su Instagram ogni volta che ci sembra esserci un motivo valido per vantarsi, col conto alla rovescia puntato sulla prossima puntata della nostra schizofrenia sociale a cielo aperto.

Per di più, ognuno rimane fermo nelle sue convinzioni, senza provare a utilizzare i post degli altri come un contributo alla diversità delle opinioni, ma solo un appiglio per dimostrare la validità delle proprie.

Se solo social equivalesse a una tendenza al miglioramento delle condizioni di vita e alla prossimità con gli altri esseri umani, esserlo avrebbe ancora un significato profondo nella società di oggi.
Altrimenti il rischio diventa quello di dirlo soltanto a parole, tweet e stories, configurando in realtà l’epoca meno social di sempre, intrisa di un narcisismo vincolato allo sfoggio di capi fuori di moda.

Prenderne consapevolezza sarebbe molto utile, senza considerare altrimenti il pericolo scampato di ricevere un tweet da qualcuno che non ci aspetteremmo.

Vero, Jim?

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ARS Bambina

In occasione della visita a Palermo del Presidente cinese, Xi Jinping, il piccolo (ha 8 anni) Antonio Tancredi Cadili si è esibito in uno spettacolo dal vivo che certamente sarà raccontato ai migliori registi teatrali del Paese dal loro Presidente.

A Palazzo Reale, Antonio ha rappresentato un brano dell’opera dei pupi: il dialogo tra Orlando e la bellissima Angelica, che era originaria del Catai, la nuova Cina.
La sua esibizione ha commosso Presidente e consorte, che infatti hanno invitato Antonio in Cina per fargli vedere come anche lì sia presente una grande tradizione della migliore ars oratoria siciliana.

Già, i pupi, diventati patrimonio Unesco nel 2008 e da secoli patrimonio della Sicilia.

Ma cos’ha a che fare questa storia con la realtà di oggi? Tantissimo.

Prima di tutto che, in un’epoca di pupi malvestiti da cavalieri, il ritorno al loro originale utilizzo dovrebbe inorgoglire tutti quanti. Compresi i costumisti di professione.

Poi, il luogo della scena: Palazzo dei Normanni, sede dell’Ars (a proposito di maschere), e simbolo della politica siciliana, così bella e preziosa, oltre tutto il resto. Non dimentichiamo che i Normanni erano famosi per le battaglie e le grandi conquiste.

Infine: la meraviglia di uno dei più grandi uomini della Terra per un bambino.
Ci chiediamo mai il motivo perché i bambini ci meraviglino tanto, perché sappiano attirarci una carezza, uno sguardo d’amore e la completa tenerezza in maniera del tutto gratuita e naturale?

Salvo Piparo, maestro puparo per eccellenza, di Antonio ha detto: «caro maestro, ho realizzato il sogno della mia carriera: lavorare con te che sei tutte le espressioni che ho perso crescendo».

Ecco, i bambini ci colpiscono in questo: agiscono per amore, spontaneamente, senza malcelati fini né secondari interessi da curare.

Antonio muove quei pupi perché gli piace farlo.
Non lo fa per soldi, né per compiacere qualcuno.
Segue soltanto le sue passioni, e, facendolo in modo naturale senza pensare a nient’altro che ai pupi, gli riesce perfettamente.

Noi facciamo qualcosa pensando a cosa può darci.
Loro fanno qualcosa pensando a cosa possono dargli loro stessi per farla bene.

Sta qui la differenza, nell’immediatezza di un’azione infantile fatta con amore, e in quella adulta fatta per guadagno.

Non tutti gli adulti sono così, ovviamente, né tutti i bambini sono come Antonio.
Ma questo esempio deve ricordarci che tornare bambini significa spogliarsi del superfluo, per arrivare al cuore di noi stessi attraverso ciò che facciamo.

Io proporrei di abolire tutti i sinonimi di infantile. Infantile non significa sciocco, ridicolo, sprovveduto, ma tutto il contrario.

Essere bambini infatti è un’arte, non un ciao pronunciato distrattamente al vicino di casa che scontri per strada, ma il wow pronunciato con la bocca a O per tutto ciò che incontri nel mondo, dove ogni coperchio che togli diventa una scoperta da capo, anche se in fondo lo conoscevi già.

L’ARS Bambina è un sentimento puro da esercitare con chiunque, prima di tutto con sé stessi: per esserlo infatti, i bambini non recitano, nemmeno quando rappresentano i pupi.

Semplicemente, fanno gli uomini, ruolo che gli adulti spesso dimenticano a recitare.

Bravo Antonio, continua a insegnarci come fare.
Per imparare, tu, avrai tanto di quel tempo, anche nell’estremo oriente.
Basta che il tuo, non diventi un caso di espatrio precoce: potresti iniziare la “fuga dei monelli”.

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Cambiamenti

Si dice che l’uomo che si sveglia al mattino è un’altra persona rispetto a quella che finisce la giornata alla sera. Non siamo mai chi eravamo un momento fa, ma come nuvole che si spostano in silenzio, anche noi, impercettibilmente, cambiamo di continuo.

E’ per questo che non ce ne rendiamo conto, e quando apriamo finalmente gli occhi ci sembriamo un’altra persona, l’io di noi stessi visto da quella zia lontana che ci vede crescere tutto d’un colpo dall’ultima volta.

Cambiare è una tensione naturale, a cui non possiamo sottrarci nonostante ansie, paure e dubbi circondino il nostro moto esistenziale.

Forse, però, un cambiamento arriva nel momento in cui meritiamo un’altra chance, e ci dà così la possibilità di migliorare, di provare a fare meglio, di ripartire dopo un brutto errore, di scoprire un nuovo viaggio da fare e sperare in un nuovo obiettivo da raggiungere.

Ci siamo mai chiesti qual è il motivo che ci fa opporre resistenza a un cambiamento? E’ la mancanza di spirito di adattamento, o forse la nostalgia di un passato tanto vicino che potremmo semplicemente chiamare ieri, senza mancare di rispetto all’oggi?

Nuove sfide richiedono sempre notevoli sforzi, è come prendere le misure di un appartamento nuovo dopo un trasloco: all’inizio sembrerà tutto spostato di un metro, ma dopo impareremo ad orientarci anche al buio, sfrecciando di notte in cerca di un bicchiere d’acqua in cucina.

C’è una cosa però che ci accompagna sempre nelle nuove avventure: per quanto insicuri, timorosi o pieni di rimpianti, ci sarà sempre una carica di entusiasmo a fare da contorno alle nostre scelte, una leggera eccitazione che pizzica la nostra curiosità e ci dà la forza di compiere quel passo immenso.

Quando scegliamo di cambiare, ci apriamo nuove strade su cui si può rivelare un percorso migliore di quello che stavamo facendo, anche se all’inizio può sembrarci il contrario: questo perché ci adattiamo talmente tanto a come siamo, da dimenticarci di poter essere anche altro.

Dobbiamo sempre tenere a mente che abbiamo infinite possibilità a nostra disposizione, se solo sapessimo cogliere i segnali che ci arrivano e avere il coraggio di seguirli. E’ come la questione climatica: siamo talmente abituati a vivere così, che non ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato. E non è un caso che sia Greta Thunberg, una ragazzina di 16 anni, a ricordarcelo.

Non si è giovani per caso, ma per scelta. E non si può crescere senza cambiare.

E’ con questo entusiasmo allora, con questo spirito, e anche con questa piccola parte di ansia, che anche io ho deciso di cambiare: da oggi mi troverete qui, in uno spazio tutto mio che spero diventi anche nostro, dove gli unici confini entro cui muoversi saranno quello della creatività e dell’immaginazione, misti a tanto entusiasmo e curiosità.

Come diceva Einstein, l’immaginazione ci porterà dappertutto. E allora, buon viaggio!

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Sono solo canzonette

Il mio commento di Sanremo 2019 parte da qui, da un sincero «non mi è piaciuto». Tolta la valutazione bollente, andiamo con ordine all’analisi del Festival.

24 cantanti sono tanti, troppi, anche in termini di voti che finiscono inevitabilmente per disperdersi. Così come cantare 4 volte le stesse canzoni, probabilmente, aumenta anche lo stress e la fatica dei cantanti in gara (Arisa e Anna Tatangelo su tutti): la serata del venerdì dedicata ai grandi successi del passato era una buona strategia diversiva di Conti. Da rivedere di conseguenza anche gli orari: perché trascinarsi per forza fino alle ore piccole, spesso con l’inerzia di spettacoletti poco spettacolari?

La mancanza della scala da scendere, la scala in cui inciampare, la scala in cui sfilare, ha tolto un simbolo al Festival, rimpiazzata peraltro da gradoni traballanti simili più a lastroni di ghiaccio cadenti che a una via d’entrata allo spettacolo. Brutto vedere gli ingressi di lato. Scanzonati.

Le luci: bellissime, hanno disegnato scenografie a sé con composizioni uniche e architetture reali che hanno creato un’atmosfera calda e in linea con ciò che veniva espresso sul palco. L’importanza di un ottimo light designer.

Bisio e Virginia insieme non hanno funzionato: inutile e dannoso fare paragoni con l’anno passato, ma impossibile non notare la mancanza di una miscela completa. Nè l’uno nè l’altro sono presentatori di razza, Baglioni come da tradizione si defilava, mancava quindi qualcuno che prendesse in mano le redini dello svolgimento e non poteva, ahilui, farlo Bisio da solo.

I risultati di share sono un dato interessante, a cui forse viene data troppa importanza: cos’altro vuoi che guardi la gente, quando ogni canale sospende la propria programmazione in tempo di Sanremo? Così come appendersi addosso il merito del successo sui social, in un’epoca in cui i social sono il mezzo di comunicazione (anche broacast) più diffuso, è un po’ melenso. Se la gente guarda solo quello, di che può parlare?

Plauso alla meravigliosa orchestra, quest’anno perfetta e al naturale (il pianista che alla prima sera ha ritardato l’esibizione di Patty Pravo con Briga perché doveva far pipì): ma ci pensate che questi maestri provano da 45 giorni, e stanno 5 sere di seguito seduti su uno sgabello a sfiatarsi di continuo ed avere sempre sulle loro dita la responsabilità della musica? Mistici.

Passiamo ai cantanti: detto di una avversione cronica dei voti per la Tatangelo (nonostante bella presenza e bella voce), sorprende la bocciatura di alcuni big come Nek e Renga, penalizzati probabilmente da canzoni al di sotto del loro livello. Nigiotti meritava di scalare qualche altra posizione, mentre tutto sommato può dirsi parzialmente contento Achille Lauro, diverso per genere e tonalità e quindi una scommessa (a mio avviso, riuscitissima), acclamato da pubblico e critica; bene pure i Zen Circus, dittatori per il dirottarore. Arisa evanescente (come il suo stato di salute), Silvestri compless(iv)amente un gran risultato, anche per il messaggio che voleva mandare.
Fosse per me avrei allargato il podio a 5: con Loredana Bertè e Simone Cristicchi ancora in gara per il titolo finale, probabilmente avremmo avuto un altro vincitore. Entrambi meritavano sicuramente molto di più, per motivi diversi ma riassumibili nei tremiti al collo che hanno regalato sopra tutti. Io avrei continuato a fischiare la loro assenza dai primi posti.

3° classificato: Il Volo piace al pubblico perché gli ricorda l’antica tradizione dei cantanti del passato; a me però la loro canzone ha ricordato soprattutto quella di 4 anni fa, specialmente nell’attacco. Bravi comunque.

2° classificato: Ultimo avrebbe meritato almeno un buffetto da qualcuno, in fondo è il primo di quelli che non hanno vinto il Festival, e quindi aveva tutte le ragioni del mondo ad avercela… col mondo intero (e si è visto in conferenza). La potenza delle sua voce e il tempo interminabile della sua rincorsa emotiva gli daranno ancora tante vittorie. Continua così.

1° classificato: Mahmood è piaciuto, più di tutti. Non ci sono chissà quali complotti dietro. Un detto recita “Chi vince festeggia e chi perde spiega”. A lui è toccata la prima.

A questo punto, forse, sarebbe bene dire due parole sui meccanismi di voto, composti da:

  • perditempo che cercano di sovvertire il Festival giocando con la democraticità dei 5 voti a disposizione;
  • giornalisti che si trasformano in fan di uno o di un altro cantante, finendo per recitare il loro ruolo come gareggianti invece di spettatori (c’è un video in cui esultano al 3° posto, o meglio, al 1° posto mancato del Volo applaudendo e gridando “merde”): poca neutralità;
  • una giuria di esperti che, in virtù della loro competenza, finisce per votare qualcosa di diverso per autocertificare la propria condizione di giurati. Della serie “io so io…”. Anche qui “tanta neutralità”: Bastianich, per esempio, è sicuramente uno esperto di gaffe su Instagram (cit. vote @Negritaband).

Probabilmente bisognerebbe cambiare qualcosa (basta guardare la discrepanza tra televoto e gli altri due sistemi per farsi un’idea), e di questo se n’è accorto anche il direttore artistico che questa mattina ha detto:
«Sono d’accordo su due linee: o il Festival viene deciso da giurie ristrette di addetti ai lavori, o questa mescolanza di tre o quattro giurie diventa discutibile. Qualsiasi direttore artistico si è trovato davanti a questo problema. C’è un atteggiamento timoroso verso la sala stampa: si pensa che togliere a critici ed addetti ai lavori questa possibilità possa suscitare ostilità. Io non so se accadrebbe davvero, ho sempre grande rispetto per la stampa, ma io penso che se il Festival vuole essere davvero una manifestazione popolare, potrebbe essere gestita solo dal televoto. A mio avviso o si sceglie una linea o si sceglie l’altra».

Chiudo così: Baglioni era meglio si fermava al primo Festival, sicuramente non a un terzo. Lui, tanto, mica lo fa per Soldi, soldi. Clap clap.

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I superpoteri normali

Chi e’ un eroe?
Il dizionario direbbe <<chi si impone all’ammirazione di tutti per eccezionali virtu’ di coraggio o abnegazione>>, un bambino probabilmente risponderebbe indicando Hercules, la societa’ degli adulti invece lo identifica in un soggetto comune.
Lorenzo Pianazza e’ un ragazzo di Milano, 18 anni, che stava tornando a casa da scuola; scende le scale della fermata Repubblica della metropolitana e aspetta il treno. Solo che nel frattempo un piccolo bimbo di due anni e mezzo scappa dalla madre e si getta sui binari. Si crea un po’ di confusione, la gente si sporge per vedere cosa succede, ma nessuno interviene.
Lorenzo guarda il cartellone, “manca ancora un minuto e mezzo al prossimo treno” si dice, cosi’ scende anche lui, recupera il bambino e poi risale su.
Tutti lo acclamano, specialmente sui social, come un eroe.
Riflettendoci un po’ pero’, chi si e’ comportato in modo straordinario? Lorenzo (al quale, per inteso, va tutto il ringraziamento di ognuno di noi) o gli altri? Il suo gesto infatti e’ piuttosto normale, chiunque si precipiterebbe ad aiutare un bambino in difficolta’. Ma invece, come detto, non e’ cosi’.
Alcuni presenti si sono affacciati sui binari, magari spaventati, ma non ha fatto nulla. Non hanno avuto la stessa prontezza del giovane eroe, hanno osservato senza agire. E questo rispecchia la nostra societa’, dove tutti guardano, parlano, osservano ma non fanno nulla.
Lorenzo invece non solo ha salvato il bambino, ma si e’ preoccupato anche di recuperare la trombetta di plastica che il piccolo teneva in mano, in modo tale da riportarlo alla normalita’, come se non fosse accaduto nulla.
Capito dove sta la straordinarieta’?
Dichiarera’ poi al Corriere: “Ho fatto quello che mi sembrava giusto fare, sono sorpreso, non mi aspettavo tutto ‘sto scalpore, pensavo che non si venisse manco a sapere. Quando sono arrivato a casa non ho detto nulla, perche’ non era una cosa di cui volevo vantarmi.
Non siamo piu’ abituati a vedere persone normali, e quindi le confondiamo con gli eroi. La differenza pero’ sta proprio li’: molti si affannano alla ricerca di un’etichetta, si vantano sui social per cose di poco conto ricevendo l’approvazione dei loro simili e magari, in una situazione del genere, invece di sbracciarsi avrebbero abbracciato l’iPhone per riprendere la scena.
Il “Lorenzo” di turno invece agisce e basta, senza pensare ad altro. “Hai avuto paura?” gli hanno chiesto, e lui “No”.
Se lo consideriamo un eroe, iniziamo anche ad imitarlo allora.

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Ingratis

AAA cercasi ladro ingrato.
Questo piu’ o meno dovrebbe essere l’annuncio che magari riportera’ l’oggetto rubato al suo proprietario.
I fatti: Gigi Riva, storico campione d’Italia con la maglia del Cagliari nel 1970 e vicecampione del mondo con quella azzurra, e’ stato derubato del suo cellulare un paio di giorni fa da un mendicante extracomunitario. Questa volta c’e’ stato qualcuno piu’ veloce di <<Rombo di tuono>> e, in un istante, il povero Gigi si e’ ritrovato senza telefono e anche con meno soldi in tasca. La cosa buffa infatti e’ che il nordafricano si era avvicinato a Riva per ringraziarlo del denaro che quest’ultimo, campione anche di solidarieta’, gli aveva offerto poco prima. Pero’, si sa, essere buoni significa anche essere fessi e cosi’ l’ingrato indigente ha pensato di approfittare della bonta’ del suo interlocutore per sottrargli anche il cellulare.
Come si dice, oltre il danno la beffa.
Su Facebook e’ subito sorto un appello affinche’ il ladro venga ritrovato e il maltolto riconsegnato al legittimo proprietario, non per il suo valore economico ma per i numeri in rubrica che conteneva.
Gigi e’ disposto a offrire anche una mancia (un’altra?) al ladro affinche’ gli riporti il telefono indietro.
Il problema e’ che, appena quel soggetto vede un’offerta, la interpreta come l’inizio di una caccia al prossimo cadeau. E cosa gli prendera’ questa volta? Direttamente il portafoglio? Oppure il bel giaccone per scaldarsi?
Di sicuro il campione di calcio una cosa l’avra’ imparata: i numeri di telefono e’ meglio salvarli in un taccuino come si faceva una volta, oppure direttamente su Internet, in modo tale da non perderli insieme al telefono.
E se non sa come si fa, magari proprio il suo nuovo amico potrebbe insegnargli qualche trucchetto, tanto e’ uno che di prestigi se ne intende.
A proposito, la prossima volta vacci piano con le offerte Gigi: non sai mai che dono ti aspetta offrire, a tua insaputa.

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Via niente

“Penso sia meglio passare per tirchi che buttare i soldi dalla finestra”.
Questa frase e’ di Ingvar Kamprad, il fondatore di IKEA, durante un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel 2008.
L’ottavo uomo piu’ ricco al mondo (patrimonio personale stimato in 33 miliardi di dollari) infatti non era un amante del lusso: girava con una vecchia Volvo, vestiva abiti usati “comprati se possibile al mercato delle pulci” e di certo non andava a mangiare nelle boutique del cibo.
Il suo motto era quello di fare economia risparmiando. E c’e’ riuscito.
C’e’ una bella differenza pero’ tra il risparmio avido tipico della taccagneria e quello morigerato di chi intende dare valore a ogni cosa: e’ per questo che il signor Kamprad non buttava via nulla che funzionasse ancora, come il vecchio apparecchio fax conservato nel museo Ikea di Älmhult, in Svezia, dietro suo ordine.
Questo significa riconoscere in ogni oggetto un significato che non va gettato via quando la sua funzione principale smette di essere utilizzabile, ma riuscire a trovare in ogni struttura un meccanismo capace di soddisfare ancora qualcuno. Oppure qualcun altro.
Nell’epoca del consumismo sfrenato e della cultura dello spreco, sono parole, gesti che contrastano (per eccesso) con una forza potentissima, specialmente se corroborata da quei numeri impressionanti a livello di redditivita’ aziendale.
Forse, il segreto del suo successo, si deve proprio a questa capacita’ di riuscire a guardare ogni cosa con un raggio ottico piu’ profondo, capace di dare e ridare un senso a tutto.
Pensiamo agli chef che riempiono le tavole delle mense sociali, o agli indigenti che si coprono grazie alle donazioni di chi non veste piu’ quegli abiti.
Perche’ dobbiamo per forza buttare?
Forse non riusciremo comunque a diventare miliardiari, ma di sicuro ci saremo arricchiti nel momento in cui consideremo gli anziani una risorsa da cui prendere esempio o gli esclusi una fonte di ispirazione per la loro tenacia. Perche’ e’ cosi’ che cresce una societa’, non dividendo o accantonando, ma facendo una sintesi di tutte le forze in gioco.
Facendo squadra.
In Svezia l’hanno imparato.
Non facciamoci scappare un altro segreto Mondiale.

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Schermati dalla nascita

Ed Sheeran ha dichiarato di essere tornato ai vecchi tempi.
“Ho rinunciato allo smartphone e ne sono molto felice. Ho ancora un Nokia 3210, uno di quelli vecchi, senza display. Nessuno sa il mio numero, mi serve solo in caso di emergenza se devo chiamare qualcuno, tipo se sono bloccato nel traffico o mi è successo qualcosa. Davvero, non sono mai stato meglio in vita mia. Mi fa bene essere tagliato fuori da tutto”.
Detto da uno che ha 18 milioni di follower su Facebook e 19 milioni su Instagram suona strano.
Ma specialmente e’ strano sentirlo dire ad un ragazzo di 26 anni, immerso in un mondo che viaggia al confine fra palco e schermo, fra emozione e vibrazione (da notifica): Jack White, l’ex leader dei White Stripes (quelli del po-po-po mondiale) ha bandito l’uso dei cellulari durante il suo concerto, che dovranno essere consegnati e imbustati in una borsetta come quella antitaccheggio ai supermercati. Questo perche’ non cantava piu’ di fronte a migliaia di facce, ma a migliaia di flash puntati su di lui che nemmeno l’FBI durante una cattura notturna.
Oggi si parla addirittura di una nuova malattia: la sindrome del “gomito da selfie” causata dalla posizione che assumiamo per scattarcene a bizzeffe.
Evidentemente, c’e’ qualcosa che non va. Le fotocamere erano nate per immortalare momenti indimenticabili, non per registrare la finta banalita’ del quotidiano.
Siamo tutti, tutti indistintamente dipendenti dal cellulare, come se fosse un prolungamento naturale dei nostri arti superiori e non uno strumento aggiuntivo di supporto: una nuova protesi insomma, ma per fare presa su altri in un mondo virtuale invece che su altri in carne ed ossa in quello reale.
Certo, magari Ed esagera con le rinunce: quando diventera’ padre, ha detto, mettera’ da parte la musica.
Pero’ ve lo ricordate com’era bello usare gli sms? Quelli senza conferme di lettura, senza ultimo accesso, sta scrivendo, immagini allegati o documenti; quelli che erano solo testo, lunghi discorsi tastierati a mano e in genere per qualcuno di importante.
Il cellulare in fondo e’ anche questo, anche adesso che e’ cosparso di qualunque tipo di app. L’importante e’ l’uso che se ne fa, perche’ a essere onesti non se ne puo’ fare a meno.
Basta solo essere i registi e non gli spettatori di quello schermo, interpretando se’ stessi senza diventare mai Perfetti Sconosciuti.

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