Il tempo di una notte infinita

Se siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora è giusto dedurne che la nostra migliore fibra esistenziale è composta perlopiù da colpevoli speranze, e perlomeno da desideri irrealizzabili.

Nei sogni esprimiamo la nostra creatività maggiore, e quanto più ci teniamo, tanto più quel desiderio ripetuto ogni notte si allontana dall’avverarsi.
In quel caso, infatti, non avremmo più bisogno di sognarlo, ma soltanto di viverlo quotidianamente, nella vita reale e non in quella fantastica(ta) al chiaro di luna.

C’è un’espressione, molto semplice, che rende l’idea di quanto appena detto: una volta compiuta l’impresa insperata, quando la smania notturna diventa finalmente realtà, «sogniamo a occhi aperti».
Non smettiamo quindi di rivestire di una qualche potenzialità infinita quello che abbiamo ottenuto, ma questa volta lo facciamo aprendo gli occhi, prendendo con-tatto con la vita reale e provando a calare nella normalità quello che fino a qualche luna prima era solo un dolce, e traumatico, risveglio.

Impresa facile? Non proprio.

Tutto ciò che immaginiamo, infatti, assume esattamente la forma dei nostri desideri: una ragazza piena di difetti, nei viaggi notturni, può trasformare quelle sue mancanze in punti di forza; il “lavoro dei sogni” può non costare fatica se dura il tempo di qualche sbadiglio; perfino la caponata può diventare dietetica di notte.
E’ per questo che gli artisti, a qualsiasi categoria essi appartengano, preferiscono l’oscurità delle ore piccole per esprimere al meglio il loro talento: in tre parole, è più geniale.

L’unico inghippo è mantenere le promesse allo spuntar del sole.

E qui viene il bello della storia.

Se infatti sognare di notte è piuttosto semplice (istruzioni per l’uso: pensa intensamente a una cosa o persona, moltiplica per 100 i suoi pregi, disegna tutti i futuri possibili in cui andrà bene, e poi vai a letto), farlo di giorno è un po’ più complicato, ma di sicuro non ti deluderà (ti spiego il perché qualche riga più in basso).

Lettore, fermati un attimo e fatti questa domanda: «qual è quella volta in cui mi sono sentito più felice, quella in cui ho creduto di tenere il mondo in mano, quella volta che ho pensato che la vita è così bella che non me ne frega un cazzo dei minuscoli problemi che possono capitare, e improvvisamente mi sentivo il più figo del mondo?».

Alcuni penseranno a quando hanno preso in mano il loro bambino appena nato, qualche chilo di miracolo e poco più; altri a quando hanno fatto l’amore per la prima volta, con quelle lacrime così belle durante la strada di ritorno a casa da uscir fuori anche dai pori del braccio; altri ancora penseranno a quando, lasciandosi alle spalle quella brutta esperienza, hanno finalmente ricominciato, non daccapo a ciclo continuo, ma da quel momento esatto in poi, senza più ripetere gli errori commessi.

Nessuno di noi penserà a un sogno come il momento più felice della propria vita, neanche se in quelle ore eri bella come Emily Ratajkowski o avevi il conto in banca di Ronaldo.

Per meravigliarci di qualcosa dobbiamo viverlo, poterlo toccare con le mani e mordere con tutta la forza che abbiamo, altrimenti diventa come il profumo che tieni nell’armadietto del bagno: ti sta bene addosso, ma molto presto ne svanisce l’effetto.

Mantenere una promessa al mattino, anche piccola, è meglio di un “ti amo” detto per caso, o per sbronza, nel pernottamento dalla realtà.
Avrà pure un sapore afrodisiaco, ma non ci puoi costruire una capanna.

E’ per questo che sognare di giorno, come ho scritto prima, non delude, perché ha in sé tutto ciò che serve per diventare possibile.

La realtà non delude. La realtà si costruisce.
E pazienza se per farla diventare come desideri dovrai lottare contro ogni probabilità a tuo sfavore, ma la felicità si vende a prezzo di fatica.
Basta non aver paura di andare avanti, di cambiare quella cosa in cui ti trovi bene ma che non è ancora tutto ciò che puoi essere, basta insomma non accontentarsi, perché anche se le cose belle non sono difficili, questo non vuol dire che non bisogni lottare per ottenerle: chi si accontenta si sottovaluta, e invece dovrebbe lasciarsi travolgere da ciò che gli capita anche se stava cercando altro (serendipity) per essere realmente felice (altrimenti tradisce prima di tutto sé stesso, oltre che l’altro/a, perché basta anche solo quel pensiero o quel gesto che vorresti compiere, ma non fai, a rompere un meccanismo già andato).

E la spinta per farlo, paradossalmente, ci viene proprio da quei desideri notturni che da soli possono non significare nulla, ma in realtà sono il motore delle nostre azioni concrete: la vera forza sta nel trasformare quel messaggio inviato con un po’ di tremore sotto le lenzuola, nella scelta da fare domani mattina.

Solo così capirai che c’è molto di più, se scegli di rischiare per provarci: «se sognare un po’ è pericoloso, il rimedio non è sognare di meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo», diceva Marcel Proust.

Amare qualcuno, in fondo, è già un’impresa insperata di per sé, un rischio pericolosissimo: ma veramente vogliamo stare con qualcuno che ha tutti quei difetti, quel carattere impossibile e quella tendenza continua ad annientarci? Vista così, la risposta è ovviamente no. Ma il trucco sta nel condividere. Nel pensare che anche quella cosa schifosa di lui/lei, in realtà è unicamente nostra. E nel credere che qualsiasi cosa che non sia come te l’aspettavi, non deve essere per forza un difetto (il cui significato proprio è mancanza), ma si tratta semplicemente di qualcosa di diverso. E si può stare insieme sia con qualcuno con cui condividi tutto e che ti capisce al volo, sia con qualcuno che ti rapisce al volo e con cui l’unica cosa in comune è la voglia reciproca che continui a essere così, più del massimo, il motivo in più per cui ti svegli felice.
Perché l’amore è una scelta, basta volerlo. E l’unica ricetta possibile è la presa mentale, il generatore di corrente del desiderio, pronto ad accendersi solo con qualcuno che quando parla ti faccia venir voglia di ascoltare.

«Fai bei sogni. Anzi, fateli insieme. Insieme valgono di più» dice il mio amico Gramellini.

La vita è quel posto bellissimo dove smetti di sognare a occhi chiusi e continui a farlo nella vita reale.
Perché sebbene della frase che ho messo all’inizio tutti ricordano solo la prima parte, lui l’aveva scritta così: “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (W. Shakespeare, La tempesta, atto IV, scena I).

Buon sogno a tutti, e che duri il più a lungo possibile: il tempo di una notte infinita.

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I sogni sono di ieri

C’è un articolo di Radio 105, che riporta una ricerca dell’Agenzia di Comunicazione Klaus Davi & Co., che a sua volta ha condotto una ricerca sulle ambizioni di lavoro dei giovani fra 18 e 25 anni.

Morale della favola: il 71% dichiara di voler fare l’influencer, il 48% il fashion blogger, e poi lo stilista, lo chef e così via.

In pratica, nessuno ambisce più a un lavoro manuale, ma la maggior parte sogna un lavoro da imitare.
Proprio così: sebbene il primo commento che vi viene guardando la classifica sia “vi meritate l’influenza“, in realtà avete ragione, ma non solo. Quei dati, infatti, nascondono molto di più. Proviamo a capire cosa.

L’influencer o il fashion blogger rappresentano la chimera di tutti i lavori desiderabili: hai vestiti firmati, macchine nuove, telefoni di ultima generazione, insomma tutti i prodotti che desideri ad un’unica condizione: aggratis.

Figo, vero?

I criticoni diranno che, oltre ad essere un’utopia, è anche diseducativo, non rende merito ai sacrifici, non è un vero lavoro.
Spiegatemi però la differenza fra sognare di diventare Chiara Ferragni e sognare di diventare Bobo Vieri, o Brad Pitt.

Il desiderio di oggi, vincolato ai social media, trova un pronto riflesso nel desiderio dei meno giovani di ieri di diventare un calciatore famoso, o una star di Hollywood.
Oggi, quella famosità a costo zero, ma a guadagno mille, è pubblicizzata da Instagram o YouTube.

Le cose, quindi, non sono molto diverse.
E’ solo che oggi conta tantissimo come ci vedono gli altri: quando condividiamo qualcosa sui social, lo facciamo per desiderio di riproduzione, per avere un seguito capace di darci dignità, sicurezza e per sentirci piccole star anche noi.
Tu che leggi, facci caso: non pubblicheresti mai una storia se avessi 0 follower, se nessuno potesse vedere ciò che pubblichi. Tanto varrebbe tenerla sul rullino.

Da generazione in generazione, il sogno/ambizione di lavoro è sempre stato quello di fare qualcosa che ti piace, e che ti permetta di guadagnare anche un sacco di soldi.

Quindi: perché criticare chi ha questa sacrosanta ambizione?

Il problema, semmai, è un altro: non puoi pretendere che Giambattista Valli disegni un vestito apposta per te se non hai l’indomabile attrazione fatale di Kendall Jenner (mi astengo da ulteriori commenti sull’immensità seduttiva della piccola Kardashian), o che la Wind ti chiami a promuovere una nuova offerta telefonica se non hai nemmeno un centesimo della simpatia di Fiorello.

Se vuoi influenzare qualcuno, devi possederne i mezzi, per natura o per bravura, e devi avere un’idea di chi vuoi essere e di cosa vuoi fare.
Altrimenti, non sarai capace di fare bene nemmeno un lavoro manuale come il meccanico.

C’è poi un altro piccolo particolare: a quei giovani è stato chiesto qual è il loro lavoro dei sogni, no cosa stanno lottando per diventare.
Magari, sognando di diventare il Montemagno della cosmetica, una ragazza nel frattempo si sta facendo il mazzo per essere un bravo avvocato, oppure un giovane studente che si è appena laureato in Marketing, nel mentre sogna di cantare come Ultimo all’Olimpico.

L’importante è sapere quanto vali: se pensi di valere tanto, dimostralo, e ci arriverai.

Perché il cerchio della vita, da sempre, si chiude sostituendo il destino con la propria volontà: dipende da te, quello che succederà.
E i sogni di oggi non sono molto diversi da quelli di ieri: si tratta pur sempre di desideri, strappati dal cielo di stelle per essere trasformarti in star sulla terra.

E tu ci credi, rockstar?

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Rider Gap

Per descrivere la recente protesta dei rider, potremmo usare una parola sola: Arpagone.

Chi era Arpagone? Il protagonista della commedia di Molière, L’Avaro, talmente concentrato sui propri guadagni da perdere di vista il valore dei sentimenti, e con esso l’amore per la giovane Marianna.

Ora, da quanto in nostro possesso, non ci risulta che i rider amino Icardi, Fedez, o Albertino. Ma i loro soldi sì.
E fin qui non c’è nulla di “sbagliato”: il consumismo ha dotato la nostra società di un settimo senso (se sei ne contiamo finora), quello dell’incasso a mano aperta, talmente grande da riversarlo subito sul prossimo acquisto.

E sì che di mance non si vive, ma di sicuro si spende. Così come, sembra, sia stato speso il limite del buon senso in questa vicenda.

La mancia è dovuta? «No».
La mancia è gradita? «Sì».

Ma le due cose non sono collegate.

Scambiare la generosità di qualcuno con una pretesa, finirà per estinguere il gentile (e soprattutto spontaneo) credito di bontà aggiuntiva di chi già paga un servizio.
Perché ricordiamoci che chiunque dà una mancia, lo fa dopo aver già pagato il costo di quanto dovuto.

E’ vero, per un milionario come Cannavaro, qualche euro in più o in meno non fa la differenza, ma così passa un messaggio sbagliato: l’economia circolare dei punti di vista, dove non c’è sosta per il reddito.

Chi è ricco non è scemo, e chi è povero non deve esserlo anche di spirito.
Avete mai visto un mendicante la domenica fuori dalla chiesa, urlare contro e indicare col dito quelli che non gli avevano volontariamente offerto qualche moneta?

No. Però “siccome tu ne hai più di me, me li devi dare”.
In caso contrario, si finisce nella lista di proscrizione moderna, dove invece di confiscare i beni, si confisca la dignità.

Un ragionamento pitocco, segno del bonifico scoperto che abbiamo intestato alla nostra gentilezza.

Un dono è una concessione disinteressata. Altrimenti si trasforma in una tassa, e di tasse non è mai stato amato nessuno.

Scommettiamo una manciata di euro che, al prossimo giro, anche quelli più generosi si tireranno indietro?

Bel colpo a porta vuota.
La propria, però.

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Ora lo sanno tutti

Il 9 Aprile 2019, Ignazio Marino è stato assolto dalla Cassazione in via definitiva perché «il fatto non sussiste».

Di che fatto parlano, i giudici? Durante i 28 mesi nel corso dei quali è stato Sindaco di Roma (poi vi spiegherò perché così pochi), Marino ha utilizzato in totale 20 mila euro per spese di rappresentanza: si tratta di cene, incontri e altri pagamenti effettuati con la carta di credito del Comune.

Alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e del Movimento 5 Stelle presentano allora una serie di esposti su una parte di quelle spese (circa un migliaio di euro) considerate illegittime, dando inizio a quello che verrà ricordato come “il caso scontrini“: la procura di Roma decide di aprire un’inchiesta, che si concluderà appunto con l’assoluzione piena dello scorso 9 Aprile.

Marino quindi è innocente, non ha utilizzato soldi pubblici a fini privati, ma semmai il contrario.
Proprio così: l’ex Sindaco, per dare un segnale della propria onestà, decide di restituire di tasca propria tutti i 20 mila euro spesi per rappresentanza, e donarli alla città di Roma.
Un gesto, per chi la riconoscesse ancora, di pura nobiltà, specialmente se pensate che una parte di essi, per l’esattezza 3.540 €, erano stati utilizzati per ospitare il magnate russo-uzbeko Alisher Usmanov, che grazie all’incontro con Marino decise di spendere 2 milioni per la città di Roma, permettendo così di restaurare la sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio.

Quindi, conti alla mano: Marino aveva la colpa di aver speso 3.540 € a fronte di un introito di 2 milioni di euro.
Nemmeno il peggior ragioniere potrebbe fingere di non avvedersi del guadagno ottenuto.

Eppure, nonostante i numeri parlino chiaro, e nonostante abbia interamente ridato i soldi indietro alla città di Roma, Marino rappresentava un problema per il suo partito, quel PD di cui tanto si era fidato durante la campagna elettorale (e oltre), e che alla fine gli ha voltato le spalle come il peggior nemico.

Già, perché i vertici nazionali del Partito Democratico, il suo partito, ordinarono ai propri consiglieri comunali di firmare in massa le proprie dimissioni davanti a un notaio, comportando di conseguenza la decadenza della Giunta.

Marino in quell’occasione parlò di mandanti, di essere stato accoltellato: e in effetti la vicenda ricorda molto quella delle Idi di Marzo, quando Giulio Cesare venne ucciso dal pugnale amico, dai suoi senatori e perfino dal figlio avuto con un’amante.

L’unica differenza, oltre a titoli e contesti storici, fu che i senatori di allora utilizzarono l’aula democratica come luogo del delitto, quelli di adesso lo studio di un notaio, tanto per rendere l’idea della “morte della democrazia” appena compiuta.

30 il giorno di Ottobre del 2015 in cui avvennero le dimissioni.
28 i mesi di Sindacatura di Marino.
26 i consiglieri comunali dimissionari.

Uno scarto perenne di 2, 2 come i milioni donati alla città di Roma dall’imprenditore Usmanov.

Durante la cerimonia di inaugurazione della riapertura della Sala degli Orazi e Curiazi, finanziata come detto grazie alla cena tra Marino e l’imprenditore russo, il nuovo Sindaco di Roma, Virginia Raggi, dimenticò però di ringraziare proprio colui che aveva favorito questo mecenatismo, prendendosi meriti non suoi.

Ovviamente, è stato più facile parlare di Marino in altre occasioni, come quando nel 2014 la Raggi si presentò con le arance in Campidoglio per chiedere le dimissioni di Marino causa Mafia Capitale.

Cosa c’entrasse Marino con una vicenda esplosa temporalmente alla ribalta durante il suo mandato, ma figlia di taciti e pluriennali accordi ereditati nel tempo tra malaffare e politica, non si capisce. Tanto più che egli è stato anzi capace di denunciare e affrontare con una relazione inviata all’allora Prefetto Gabrielli l’opacità di alcuni metodi di gestione della cosa pubblica, di contratti e bilanci approvati in ritardo, tanto da far dire a Matteo Renzi (a quei tempi ancora gli rispondeva al telefono) «vai sempre in tv, sei la faccia pulita del partito».

Fatto sta che, fra i lancillotti dell’onestà di allora, c’era anche Marcello De Vito, successivamente eletto Presidente del Consiglio Comunale di Roma e arrestato il 20 Marzo 2019 con l’accusa di corruzione.
Come dire, scagli la prima arancia chi è senza reato.

Ma torniamo a Marino.

Durante il suo mandato, checché ne pensino i fautori della sua cacciata dal Campidoglio, è riuscito in numerose piccoli grandi imprese:

  • ha chiuso la più grande discarica del pianeta, Malagrotta, gestita dall’avvocato Cerroni che per 40 anni è stato “il supremo” nella gestione dei rifiuti della Capitale (valore annuale di quasi 1 miliardo di euro);
  • ha pedonalizzato i Fori imperiali, restituendo ai cittadini la libera e completa fruizione di una parte simbolo della città, come avviene in tutti i luoghi rappresentativi delle varie capitali europee;
  • ha eliminato i camion bar dal centro storico, proseguendo nell’opera di riqualificazione urbana al centro del suo programma politico, e ponendo fine alla svendita di suolo pubblico (3 euro al giorno per 2-3 mila euro di fatturato quotidiano);
  • ha introdotto il merito come requisito fondamentale nella scelta delle persone alla guida delle aziende municipalizzate, valutando i vertici da scegliere in base al loro curriculum e non alla fedeltà politica (si pensi a Catia Tomasetti in Acea);
  • ha aperto la terza linea della metropolitana della città, la Linea C;
  • ha preteso la demolizione degli stabilimenti balneari abusivi a Ostia che impedivano il libero accesso al mare ai bagnanti, festeggiando in quell’occasione la vittoria dello Stato sul malaffare;
  • ha promosso la rievocazione storica delle glorie dell’impero attraverso lo spettacolo “Viaggi nell’antica Roma” ai Fori imperiali, con la voce narrante di Piero Angela.

Eppure, di Marino si preferisce il racconto degli scontrini, o della Panda rossa. Ecco, volete saperla questa?

A Marino venne contestato di attraversare la zona Ztl della città senza il dovuto permesso.
Premesso che, a fare notizia, dovrebbe essere il fatto che in Italia un politico usi la macchina rossa (privata, pagata da lui) invece di quella blu (pubblica, pagata da tutti), fatto sta che Marino finì nell’occhio del ciclone perché non aveva il permesso Ztl.
Ma secondo voi, è possibile che il Sindaco della Capitale non abbia il permesso?
Infatti, no. Il permesso ce l’aveva eccome, solo che un hacker si era introdotto nel sistema informatico del Comune, falsificando i dati e quindi facendo registrare le multe al Sindaco.
Tutto ciò ha finito per fare più scalpore rispetto al reato commesso da qualcuno ai danni del primo cittadino della Capitale, perché si è preferito il titolo alla narrazione dei fatti.

Ma purtroppo, la riconoscenza non è patrimonio di tutti.

Come quelli che, ancora oggi, ad assoluzione avvenuta, si guardano bene dal chiedere scusa a Marino, perché a detta loro era inadeguato e aveva perso il contatto con la città, sperando in una rapida damnatio memoriae a loro giustificazione.

Lo andassero a spiegare ai 5 mila romani e romane che hanno affollato Piazza del Campidoglio per urlargli di «non mollare» prima delle dimissioni, come racconta il film Roma Golpe Capitale, regia di Francesco Cordio per Own Air Srl.

Eppure, dall’alto è partito l’ordine della ritirata, e così si è conclusa l’avventura di Marino, il Marziano venuto a portare la normalità nella città meno “normale” del mondo.

Resta un forte senso di incompiuto, e anche di ingiustizia per tutto quanto subito da lui, e da tutti.

Un chirurgo di fama mondiale con oltre 650 trapianti compiuti, 726 pubblicazioni nelle più rinomate riviste scientifiche di Medicina e Chirurgia dei Trapianti, membro di 27 società scientifiche, fondatore di 4, insignito di 59 premi e riconoscimenti pubblici.

Senior Vice President alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, professore di chirurgia, ex senatore (ha rimesso l’incarico quando ha deciso di candidarsi a Sindaco e prima di avere la certezza di diventarlo), come Presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale è riuscito nell’impresa di far chiudere gli ospedali psichiatrici, permettendo, fra l’altro, di desecretare tutti i documenti delle audizioni relative a Stefano Cucchi come ultimo atto da Presidente, affinché fossero messi a disposizione della famiglia nella loro ricerca di giustizia.

Un Sindaco, Marino, che andava in giro in bicicletta e zaino in spalla, così diverso da tutto il resto da risultare un “nemico” ai suoi stessi compagni di partito, incapace di cedere alle manovre superiori, e per questo da cacciare a tutti i costi.

Oggi è il rimpianto di tanti, in special modo dei suoi cittadini, quelli che continuano a inondarlo di affetto e a ricordargli i bei tempi vissuti insieme.

Il bene, infatti, non si dimentica, neanche se è stato falciato un momento prima della spigatura.

Pazienza se qualcuno non avrà la capacità di chiedergli «scusa»; ciò che conta è la quantità di «grazie» ricevuti.

Personalmente non credo servano altri attestati di merito, uniti al ricordo di una brava persona che sicuramente poteva fare di più, ma che ha dato tutto ciò che aveva per fare del suo meglio.

Ieri ormai è passato, non serve rimpiangerlo.

Concentriamoci sul presente, perché il futuro non è nostro se non iniziamo a costruirlo da ora.

Grazie a te, Ignazio, sapremo come fare.

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A testa in giù. Ma sul telefono

C’è qualcosa di interessante nello scambio di tweet fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini.
Lui riporta un fatto di storia, citando la fine che ha fatto il fascismo.
Lei riporta un fatto di ora, perpetrando il malcostume hater del narcisismo da tastiera.

Senza star qui a dire chi abbia torto o ragione (immagino non debba essere bello neanche per lei vedere la vignetta del proprio nonno a testa in giù), mi colpisce più di tutto l’immediatezza dei social.

Quando mai, con tutto il rispetto, la Mussolini avrebbe interagito con Jim Carrey?

E lo stesso vale per noi: commentiamo Verdone, ci facciamo i cazzi dei Ferragnez, insultiamo il politico opposto al nostro, semplicemente perché la prossimità dell’era digitale ci fa sentire amici di tutti, dallo zio Gerry alla zia Anna (Moroni, chi altro).

Chi diventa famoso, accetta anche la vulnerabilità sociale: tutti ti conoscono, e chiunque ti dirà qualcosa. Ma a che prezzo?

Il rischio è quello che, continuando così, non solo possiamo entrare in contatto con qualsiasi specie umana, ma non avremo più con chi parlare nella realtà, dato che siamo tutti immersi nel periodo “ipotetico” dell’irrealtà.

Perché farsi i cazzi degli altri è ormai diventato un obbligo: devo dirti con chi sono, che sto facendo, e quanto mi sto divertendo non perché tu lo veda, ma perché io mi senta migliore di te.

La storia non è più magistra vitae, ma un frenetico cronometro da aggiornare su Instagram ogni volta che ci sembra esserci un motivo valido per vantarsi, col conto alla rovescia puntato sulla prossima puntata della nostra schizofrenia sociale a cielo aperto.

Per di più, ognuno rimane fermo nelle sue convinzioni, senza provare a utilizzare i post degli altri come un contributo alla diversità delle opinioni, ma solo un appiglio per dimostrare la validità delle proprie.

Se solo social equivalesse a una tendenza al miglioramento delle condizioni di vita e alla prossimità con gli altri esseri umani, esserlo avrebbe ancora un significato profondo nella società di oggi.
Altrimenti il rischio diventa quello di dirlo soltanto a parole, tweet e stories, configurando in realtà l’epoca meno social di sempre, intrisa di un narcisismo vincolato allo sfoggio di capi fuori di moda.

Prenderne consapevolezza sarebbe molto utile, senza considerare altrimenti il pericolo scampato di ricevere un tweet da qualcuno che non ci aspetteremmo.

Vero, Jim?

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ARS Bambina

In occasione della visita a Palermo del Presidente cinese, Xi Jinping, il piccolo (ha 8 anni) Antonio Tancredi Cadili si è esibito in uno spettacolo dal vivo che certamente sarà raccontato ai migliori registi teatrali del Paese dal loro Presidente.

A Palazzo Reale, Antonio ha rappresentato un brano dell’opera dei pupi: il dialogo tra Orlando e la bellissima Angelica, che era originaria del Catai, la nuova Cina.
La sua esibizione ha commosso Presidente e consorte, che infatti hanno invitato Antonio in Cina per fargli vedere come anche lì sia presente una grande tradizione della migliore ars oratoria siciliana.

Già, i pupi, diventati patrimonio Unesco nel 2008 e da secoli patrimonio della Sicilia.

Ma cos’ha a che fare questa storia con la realtà di oggi? Tantissimo.

Prima di tutto che, in un’epoca di pupi malvestiti da cavalieri, il ritorno al loro originale utilizzo dovrebbe inorgoglire tutti quanti. Compresi i costumisti di professione.

Poi, il luogo della scena: Palazzo dei Normanni, sede dell’Ars (a proposito di maschere), e simbolo della politica siciliana, così bella e preziosa, oltre tutto il resto. Non dimentichiamo che i Normanni erano famosi per le battaglie e le grandi conquiste.

Infine: la meraviglia di uno dei più grandi uomini della Terra per un bambino.
Ci chiediamo mai il motivo perché i bambini ci meraviglino tanto, perché sappiano attirarci una carezza, uno sguardo d’amore e la completa tenerezza in maniera del tutto gratuita e naturale?

Salvo Piparo, maestro puparo per eccellenza, di Antonio ha detto: «caro maestro, ho realizzato il sogno della mia carriera: lavorare con te che sei tutte le espressioni che ho perso crescendo».

Ecco, i bambini ci colpiscono in questo: agiscono per amore, spontaneamente, senza malcelati fini né secondari interessi da curare.

Antonio muove quei pupi perché gli piace farlo.
Non lo fa per soldi, né per compiacere qualcuno.
Segue soltanto le sue passioni, e, facendolo in modo naturale senza pensare a nient’altro che ai pupi, gli riesce perfettamente.

Noi facciamo qualcosa pensando a cosa può darci.
Loro fanno qualcosa pensando a cosa possono dargli loro stessi per farla bene.

Sta qui la differenza, nell’immediatezza di un’azione infantile fatta con amore, e in quella adulta fatta per guadagno.

Non tutti gli adulti sono così, ovviamente, né tutti i bambini sono come Antonio.
Ma questo esempio deve ricordarci che tornare bambini significa spogliarsi del superfluo, per arrivare al cuore di noi stessi attraverso ciò che facciamo.

Io proporrei di abolire tutti i sinonimi di infantile. Infantile non significa sciocco, ridicolo, sprovveduto, ma tutto il contrario.

Essere bambini infatti è un’arte, non un ciao pronunciato distrattamente al vicino di casa che scontri per strada, ma il wow pronunciato con la bocca a O per tutto ciò che incontri nel mondo, dove ogni coperchio che togli diventa una scoperta da capo, anche se in fondo lo conoscevi già.

L’ARS Bambina è un sentimento puro da esercitare con chiunque, prima di tutto con sé stessi: per esserlo infatti, i bambini non recitano, nemmeno quando rappresentano i pupi.

Semplicemente, fanno gli uomini, ruolo che gli adulti spesso dimenticano a recitare.

Bravo Antonio, continua a insegnarci come fare.
Per imparare, tu, avrai tanto di quel tempo, anche nell’estremo oriente.
Basta che il tuo, non diventi un caso di espatrio precoce: potresti iniziare la “fuga dei monelli”.

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Cambiamenti

Si dice che l’uomo che si sveglia al mattino è un’altra persona rispetto a quella che finisce la giornata alla sera. Non siamo mai chi eravamo un momento fa, ma come nuvole che si spostano in silenzio, anche noi, impercettibilmente, cambiamo di continuo.

E’ per questo che non ce ne rendiamo conto, e quando apriamo finalmente gli occhi ci sembriamo un’altra persona, l’io di noi stessi visto da quella zia lontana che ci vede crescere tutto d’un colpo dall’ultima volta.

Cambiare è una tensione naturale, a cui non possiamo sottrarci nonostante ansie, paure e dubbi circondino il nostro moto esistenziale.

Forse, però, un cambiamento arriva nel momento in cui meritiamo un’altra chance, e ci dà così la possibilità di migliorare, di provare a fare meglio, di ripartire dopo un brutto errore, di scoprire un nuovo viaggio da fare e sperare in un nuovo obiettivo da raggiungere.

Ci siamo mai chiesti qual è il motivo che ci fa opporre resistenza a un cambiamento? E’ la mancanza di spirito di adattamento, o forse la nostalgia di un passato tanto vicino che potremmo semplicemente chiamare ieri, senza mancare di rispetto all’oggi?

Nuove sfide richiedono sempre notevoli sforzi, è come prendere le misure di un appartamento nuovo dopo un trasloco: all’inizio sembrerà tutto spostato di un metro, ma dopo impareremo ad orientarci anche al buio, sfrecciando di notte in cerca di un bicchiere d’acqua in cucina.

C’è una cosa però che ci accompagna sempre nelle nuove avventure: per quanto insicuri, timorosi o pieni di rimpianti, ci sarà sempre una carica di entusiasmo a fare da contorno alle nostre scelte, una leggera eccitazione che pizzica la nostra curiosità e ci dà la forza di compiere quel passo immenso.

Quando scegliamo di cambiare, ci apriamo nuove strade su cui si può rivelare un percorso migliore di quello che stavamo facendo, anche se all’inizio può sembrarci il contrario: questo perché ci adattiamo talmente tanto a come siamo, da dimenticarci di poter essere anche altro.

Dobbiamo sempre tenere a mente che abbiamo infinite possibilità a nostra disposizione, se solo sapessimo cogliere i segnali che ci arrivano e avere il coraggio di seguirli. E’ come la questione climatica: siamo talmente abituati a vivere così, che non ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato. E non è un caso che sia Greta Thunberg, una ragazzina di 16 anni, a ricordarcelo.

Non si è giovani per caso, ma per scelta. E non si può crescere senza cambiare.

E’ con questo entusiasmo allora, con questo spirito, e anche con questa piccola parte di ansia, che anche io ho deciso di cambiare: da oggi mi troverete qui, in uno spazio tutto mio che spero diventi anche nostro, dove gli unici confini entro cui muoversi saranno quello della creatività e dell’immaginazione, misti a tanto entusiasmo e curiosità.

Come diceva Einstein, l’immaginazione ci porterà dappertutto. E allora, buon viaggio!

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Sono solo canzonette

Il mio commento di Sanremo 2019 parte da qui, da un sincero «non mi è piaciuto». Tolta la valutazione bollente, andiamo con ordine all’analisi del Festival.

24 cantanti sono tanti, troppi, anche in termini di voti che finiscono inevitabilmente per disperdersi. Così come cantare 4 volte le stesse canzoni, probabilmente, aumenta anche lo stress e la fatica dei cantanti in gara (Arisa e Anna Tatangelo su tutti): la serata del venerdì dedicata ai grandi successi del passato era una buona strategia diversiva di Conti. Da rivedere di conseguenza anche gli orari: perché trascinarsi per forza fino alle ore piccole, spesso con l’inerzia di spettacoletti poco spettacolari?

La mancanza della scala da scendere, la scala in cui inciampare, la scala in cui sfilare, ha tolto un simbolo al Festival, rimpiazzata peraltro da gradoni traballanti simili più a lastroni di ghiaccio cadenti che a una via d’entrata allo spettacolo. Brutto vedere gli ingressi di lato. Scanzonati.

Le luci: bellissime, hanno disegnato scenografie a sé con composizioni uniche e architetture reali che hanno creato un’atmosfera calda e in linea con ciò che veniva espresso sul palco. L’importanza di un ottimo light designer.

Bisio e Virginia insieme non hanno funzionato: inutile e dannoso fare paragoni con l’anno passato, ma impossibile non notare la mancanza di una miscela completa. Nè l’uno nè l’altro sono presentatori di razza, Baglioni come da tradizione si defilava, mancava quindi qualcuno che prendesse in mano le redini dello svolgimento e non poteva, ahilui, farlo Bisio da solo.

I risultati di share sono un dato interessante, a cui forse viene data troppa importanza: cos’altro vuoi che guardi la gente, quando ogni canale sospende la propria programmazione in tempo di Sanremo? Così come appendersi addosso il merito del successo sui social, in un’epoca in cui i social sono il mezzo di comunicazione (anche broacast) più diffuso, è un po’ melenso. Se la gente guarda solo quello, di che può parlare?

Plauso alla meravigliosa orchestra, quest’anno perfetta e al naturale (il pianista che alla prima sera ha ritardato l’esibizione di Patty Pravo con Briga perché doveva far pipì): ma ci pensate che questi maestri provano da 45 giorni, e stanno 5 sere di seguito seduti su uno sgabello a sfiatarsi di continuo ed avere sempre sulle loro dita la responsabilità della musica? Mistici.

Passiamo ai cantanti: detto di una avversione cronica dei voti per la Tatangelo (nonostante bella presenza e bella voce), sorprende la bocciatura di alcuni big come Nek e Renga, penalizzati probabilmente da canzoni al di sotto del loro livello. Nigiotti meritava di scalare qualche altra posizione, mentre tutto sommato può dirsi parzialmente contento Achille Lauro, diverso per genere e tonalità e quindi una scommessa (a mio avviso, riuscitissima), acclamato da pubblico e critica; bene pure i Zen Circus, dittatori per il dirottarore. Arisa evanescente (come il suo stato di salute), Silvestri compless(iv)amente un gran risultato, anche per il messaggio che voleva mandare.
Fosse per me avrei allargato il podio a 5: con Loredana Bertè e Simone Cristicchi ancora in gara per il titolo finale, probabilmente avremmo avuto un altro vincitore. Entrambi meritavano sicuramente molto di più, per motivi diversi ma riassumibili nei tremiti al collo che hanno regalato sopra tutti. Io avrei continuato a fischiare la loro assenza dai primi posti.

3° classificato: Il Volo piace al pubblico perché gli ricorda l’antica tradizione dei cantanti del passato; a me però la loro canzone ha ricordato soprattutto quella di 4 anni fa, specialmente nell’attacco. Bravi comunque.

2° classificato: Ultimo avrebbe meritato almeno un buffetto da qualcuno, in fondo è il primo di quelli che non hanno vinto il Festival, e quindi aveva tutte le ragioni del mondo ad avercela… col mondo intero (e si è visto in conferenza). La potenza delle sua voce e il tempo interminabile della sua rincorsa emotiva gli daranno ancora tante vittorie. Continua così.

1° classificato: Mahmood è piaciuto, più di tutti. Non ci sono chissà quali complotti dietro. Un detto recita “Chi vince festeggia e chi perde spiega”. A lui è toccata la prima.

A questo punto, forse, sarebbe bene dire due parole sui meccanismi di voto, composti da:

  • perditempo che cercano di sovvertire il Festival giocando con la democraticità dei 5 voti a disposizione;
  • giornalisti che si trasformano in fan di uno o di un altro cantante, finendo per recitare il loro ruolo come gareggianti invece di spettatori (c’è un video in cui esultano al 3° posto, o meglio, al 1° posto mancato del Volo applaudendo e gridando “merde”): poca neutralità;
  • una giuria di esperti che, in virtù della loro competenza, finisce per votare qualcosa di diverso per autocertificare la propria condizione di giurati. Della serie “io so io…”. Anche qui “tanta neutralità”: Bastianich, per esempio, è sicuramente uno esperto di gaffe su Instagram (cit. vote @Negritaband).

Probabilmente bisognerebbe cambiare qualcosa (basta guardare la discrepanza tra televoto e gli altri due sistemi per farsi un’idea), e di questo se n’è accorto anche il direttore artistico che questa mattina ha detto:
«Sono d’accordo su due linee: o il Festival viene deciso da giurie ristrette di addetti ai lavori, o questa mescolanza di tre o quattro giurie diventa discutibile. Qualsiasi direttore artistico si è trovato davanti a questo problema. C’è un atteggiamento timoroso verso la sala stampa: si pensa che togliere a critici ed addetti ai lavori questa possibilità possa suscitare ostilità. Io non so se accadrebbe davvero, ho sempre grande rispetto per la stampa, ma io penso che se il Festival vuole essere davvero una manifestazione popolare, potrebbe essere gestita solo dal televoto. A mio avviso o si sceglie una linea o si sceglie l’altra».

Chiudo così: Baglioni era meglio si fermava al primo Festival, sicuramente non a un terzo. Lui, tanto, mica lo fa per Soldi, soldi. Clap clap.

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I superpoteri normali

Chi e’ un eroe?
Il dizionario direbbe <<chi si impone all’ammirazione di tutti per eccezionali virtu’ di coraggio o abnegazione>>, un bambino probabilmente risponderebbe indicando Hercules, la societa’ degli adulti invece lo identifica in un soggetto comune.
Lorenzo Pianazza e’ un ragazzo di Milano, 18 anni, che stava tornando a casa da scuola; scende le scale della fermata Repubblica della metropolitana e aspetta il treno. Solo che nel frattempo un piccolo bimbo di due anni e mezzo scappa dalla madre e si getta sui binari. Si crea un po’ di confusione, la gente si sporge per vedere cosa succede, ma nessuno interviene.
Lorenzo guarda il cartellone, “manca ancora un minuto e mezzo al prossimo treno” si dice, cosi’ scende anche lui, recupera il bambino e poi risale su.
Tutti lo acclamano, specialmente sui social, come un eroe.
Riflettendoci un po’ pero’, chi si e’ comportato in modo straordinario? Lorenzo (al quale, per inteso, va tutto il ringraziamento di ognuno di noi) o gli altri? Il suo gesto infatti e’ piuttosto normale, chiunque si precipiterebbe ad aiutare un bambino in difficolta’. Ma invece, come detto, non e’ cosi’.
Alcuni presenti si sono affacciati sui binari, magari spaventati, ma non ha fatto nulla. Non hanno avuto la stessa prontezza del giovane eroe, hanno osservato senza agire. E questo rispecchia la nostra societa’, dove tutti guardano, parlano, osservano ma non fanno nulla.
Lorenzo invece non solo ha salvato il bambino, ma si e’ preoccupato anche di recuperare la trombetta di plastica che il piccolo teneva in mano, in modo tale da riportarlo alla normalita’, come se non fosse accaduto nulla.
Capito dove sta la straordinarieta’?
Dichiarera’ poi al Corriere: “Ho fatto quello che mi sembrava giusto fare, sono sorpreso, non mi aspettavo tutto ‘sto scalpore, pensavo che non si venisse manco a sapere. Quando sono arrivato a casa non ho detto nulla, perche’ non era una cosa di cui volevo vantarmi.
Non siamo piu’ abituati a vedere persone normali, e quindi le confondiamo con gli eroi. La differenza pero’ sta proprio li’: molti si affannano alla ricerca di un’etichetta, si vantano sui social per cose di poco conto ricevendo l’approvazione dei loro simili e magari, in una situazione del genere, invece di sbracciarsi avrebbero abbracciato l’iPhone per riprendere la scena.
Il “Lorenzo” di turno invece agisce e basta, senza pensare ad altro. “Hai avuto paura?” gli hanno chiesto, e lui “No”.
Se lo consideriamo un eroe, iniziamo anche ad imitarlo allora.

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Ingratis

AAA cercasi ladro ingrato.
Questo piu’ o meno dovrebbe essere l’annuncio che magari riportera’ l’oggetto rubato al suo proprietario.
I fatti: Gigi Riva, storico campione d’Italia con la maglia del Cagliari nel 1970 e vicecampione del mondo con quella azzurra, e’ stato derubato del suo cellulare un paio di giorni fa da un mendicante extracomunitario. Questa volta c’e’ stato qualcuno piu’ veloce di <<Rombo di tuono>> e, in un istante, il povero Gigi si e’ ritrovato senza telefono e anche con meno soldi in tasca. La cosa buffa infatti e’ che il nordafricano si era avvicinato a Riva per ringraziarlo del denaro che quest’ultimo, campione anche di solidarieta’, gli aveva offerto poco prima. Pero’, si sa, essere buoni significa anche essere fessi e cosi’ l’ingrato indigente ha pensato di approfittare della bonta’ del suo interlocutore per sottrargli anche il cellulare.
Come si dice, oltre il danno la beffa.
Su Facebook e’ subito sorto un appello affinche’ il ladro venga ritrovato e il maltolto riconsegnato al legittimo proprietario, non per il suo valore economico ma per i numeri in rubrica che conteneva.
Gigi e’ disposto a offrire anche una mancia (un’altra?) al ladro affinche’ gli riporti il telefono indietro.
Il problema e’ che, appena quel soggetto vede un’offerta, la interpreta come l’inizio di una caccia al prossimo cadeau. E cosa gli prendera’ questa volta? Direttamente il portafoglio? Oppure il bel giaccone per scaldarsi?
Di sicuro il campione di calcio una cosa l’avra’ imparata: i numeri di telefono e’ meglio salvarli in un taccuino come si faceva una volta, oppure direttamente su Internet, in modo tale da non perderli insieme al telefono.
E se non sa come si fa, magari proprio il suo nuovo amico potrebbe insegnargli qualche trucchetto, tanto e’ uno che di prestigi se ne intende.
A proposito, la prossima volta vacci piano con le offerte Gigi: non sai mai che dono ti aspetta offrire, a tua insaputa.

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