Polso salva vita

Il titolo di questo articolo potrebbe far pensare che la Beghelli abbia deciso di organizzare una gara di solidarietà fra parti del corpo umano (se intendiamo per vita quella compresa tra fianchi e torace).

E, in un certo senso, è così.
Il salva-gente altro non è che un appiglio alla vita (sempre quella corporea) a cui ci si aggrappa per mezzo dei polsi.

Ma, volendo essere meno filosofici e più concreti, questa storia racconta di un uomo a cui davvero il suo polso ha salvato la vita (quella intera, non solo una parte).

Bob Burdett è un signore di mezza età a cui piace pedalare.
Non solo, a quanto pare è anche uno abbastanza appassionato di tecnologia, tanto da portare sempre con sé uno smartwatch durante le sue passeggiate in bicicletta.

Succede che mentre pedalava nel Riverside State Park (Stati Uniti), cade improvvisamente a terra. Nessuno se ne accorge, o almeno, nessuno che abbia gli occhi se ne accorge.

L’unico a capire cosa stesse succedendo è l’orologio che Bob portava al polso: non un orologio qualunque però, ma uno di quelli in grado di pensare e di agire. Un orologio smart insomma.

Il piccolo aggeggio, da solo, chiama il figlio di Bob, e nel frattempo contatta anche il 911 (numero d’emergenza americano) per mandare un’ambulanza sul luogo. Ah, perché l’orologio è in grado anche di capire dove si trova, e mandare la sua posizione agli altri.

Così è stato spiegato come un polso può salvare una vita. Ma, di fondo, c’è molto di più.

Alcuni giorni fa ho posto una domanda sul mio profilo Instagram, in cui mostravo delle foto scattate per un esperimento.
Le foto le trovate qui (https://bit.ly/2kxdQOM): ritraggono delle persone intente a stare sui loro telefoni invece di dialogare fra loro, solo che i telefoni sono stati rimossi per dare un’immagine d’impatto della questione.

Ho chiesto se quelle foto ci facessero sembrare degli stupidi, oppure se fossero il segno di una nuova specie umana.
Ahimè, la risposta che ha prevalso alla fine è stata la prima.

Certo, passare il giorno chini sul telefono non ci fa essere degni dell’etichetta di homo sapiens. Ma il problema secondo me non è la tecnologia, quanto il motivo per cui passiamo ore e ore sul telefono.

Nel caso di Bob, per esempio, la tecnologia non ci fa passare per stupidi.
Come, di sicuro, la tempestività di un tweet o di un messaggio su WhatsApp è riuscita a risolvere alcune emergenze.

Il problema, come sempre, sta nell’approccio: se tu passi ore su Instagram a bruciarti gli occhi per guardare le storie di tutti, e credi che ricaricare la home sia l’unico obiettivo della tua giornata, beh probabilmente in quel caso sì, sei uno stupido demente.

Ma non puoi per questo affermare che tenere in mano un telefono e guardarlo per ore sia da scemi.

Facciamo un passo indietro.

Ciò che oggi è il telefono, un tempo era la penna.
C’era chi scriveva lettere d’amore, chi scriveva La Divina Commedia, e chi utilizzava carta e penna per inviare minacce di estorsione.

Possiamo per questo dire che Dante era uno stupido demente?

Non credo che questa sia la soluzione, come non lo è tornare ai telefoni privi di connessione (quanto vi manca il 3310, vero?).

La questione, però, diventa anche peggiore nel momento in cui, se tu ti comporti da stupido, cerchi di incolpare la tecnologia per uscirne fuori da innocente. La solita assunzione di responsabilità di chi, non solo commette degli errori, ma incolpa gli altri delle conseguenze.

Il punto di confine sta nella consapevolezza: se sai quello che stai facendo, e perché, allora ogni mezzo ti può essere utile.
Altrimenti è tutta una questione di scuse, scorciatoie, deleghe di colpa.

Capirlo, insegnerebbe a tenere il telefono in un altro modo. In mano, per esempio, e non con la mano.
Fa differenza.

Ecco come la tecnologia può renderci stupidi. O migliori.

Una vita davanti

La storia di Desirée Mariottini non è facile da affrontare. È una vicenda triste, inutile girarci intorno, ma soprattutto è il contenuto quotidiano di una realtà che spesso vogliamo ignorare. A tutti i costi.

Quello che è accaduto, più o meno, lo trovate cliccando sul suo nome.

Io vorrei invece provare a descrivere un’altra realtà, che non appartiene ai fatti, ma di questi ultimi è stata la causa.

Immaginate di essere una ragazzina di 16 anni: carina, spaesata come tutte, in cerca di qualcosa che le faccia trovare sé stessa, la casa più accogliente per un’adolescente che si guarda intorno senza capire come e perché è finita dentro quel corpo.

I ragazzini, tutti i ragazzini di ogni tempo, sono degli impasti di vita capaci di prendere qualsiasi forma: c’è chi sarà un chirurgo, chi l’imbianchino, chi l’artista di strada, il Presidente della Repubblica (a qualcuno toccherà prima o poi), lo spacciatore dei vicoli bui, la vittima di violenze.

Siamo portati a credere che dietro ogni bambino si nasconda un uomo o una donna dal grande futuro. Ma ognuno di loro avrà la sua strada da percorrere, e a volte non è quella che avevamo immaginato.

Tutti gli spacciatori, i ladri, gli assassini sono stati bambini un tempo. E per nessuno di loro c’è stato un parente, un amico, un vicino di casa che guardando quel faccino tenero gli abbia detto «da grande sarai un criminale» oppure una prostituta, come se la possibilità fosse esclusa a prescindere.

È così che il pusher sotto casa ha avuto la possibilità di diventarlo: perché nessuno gli ha detto che non poteva. Perché nascondiamo sistematicamente la possibilità del male. Perché trattiamo i lati negativi come rifiuti da abbandonare, o da spazzare sotto il divano, senza raccoglierli mai. Così la polvere diventa matassa, e trovarne il bandolo umano diventa sempre più difficile.

Se Desirée si permetteva di avere un rapporto in cambio di una dose non era perché sentiva il bisogno di drogarsi, ma perché non sentiva il bisogno di custodirsi: quando teniamo a qualcosa, la riponiamo in una scatola per tenerla lontana dalla polvere; quando teniamo a qualcuno invece, lo vogliamo il più vicino possibile per prendercene cura.

Lei dava sé stessa perché non sapeva come mettersi al riparo, dove incartarsi per regalare a qualcuno la sorpresa di esistere.

Non mi stupisce quindi che dopo il rapporto si facesse di eroina: quella pillola era il premio di un sacrificio troppo grande, che non poteva essere vanificato. Dopo ore di violenza, non poteva ammettere, a sé stessa, di averlo fatto per niente.

Ci sono “bambini cresciuti” che non si preoccupano nemmeno di mangiare, che pensano solo a farsi, che rincorrono quei 5 euro come uno stipendio mensile, che hanno voglia di fare l’amore in quel posto proprio per dimenticare quel posto che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Desirée è una vittima, violentata per 12 ore prima di morire.

Ma Desirée era una ragazza, come tutte; aveva solo un piccolo handicap alla gamba, che però non le impediva di camminare, se solo avesse saputo la strada.

Desirée era una bambina con ogni futuro possibile stampato in faccia.

Quando vediamo un neonato continuiamo a immaginare per lui le cose più belle possibili, ma impariamo anche ad insegnargli quello che non può diventare. Altrimenti c’è il forte rischio che lo farà.

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