I sogni sono di ieri

C’è un articolo di Radio 105, che riporta una ricerca dell’Agenzia di Comunicazione Klaus Davi & Co., che a sua volta ha condotto una ricerca sulle ambizioni di lavoro dei giovani fra 18 e 25 anni.

Morale della favola: il 71% dichiara di voler fare l’influencer, il 48% il fashion blogger, e poi lo stilista, lo chef e così via.

In pratica, nessuno ambisce più a un lavoro manuale, ma la maggior parte sogna un lavoro da imitare.
Proprio così: sebbene il primo commento che vi viene guardando la classifica sia “vi meritate l’influenza“, in realtà avete ragione, ma non solo. Quei dati, infatti, nascondono molto di più. Proviamo a capire cosa.

L’influencer o il fashion blogger rappresentano la chimera di tutti i lavori desiderabili: hai vestiti firmati, macchine nuove, telefoni di ultima generazione, insomma tutti i prodotti che desideri ad un’unica condizione: aggratis.

Figo, vero?

I criticoni diranno che, oltre ad essere un’utopia, è anche diseducativo, non rende merito ai sacrifici, non è un vero lavoro.
Spiegatemi però la differenza fra sognare di diventare Chiara Ferragni e sognare di diventare Bobo Vieri, o Brad Pitt.

Il desiderio di oggi, vincolato ai social media, trova un pronto riflesso nel desiderio dei meno giovani di ieri di diventare un calciatore famoso, o una star di Hollywood.
Oggi, quella famosità a costo zero, ma a guadagno mille, è pubblicizzata da Instagram o YouTube.

Le cose, quindi, non sono molto diverse.
E’ solo che oggi conta tantissimo come ci vedono gli altri: quando condividiamo qualcosa sui social, lo facciamo per desiderio di riproduzione, per avere un seguito capace di darci dignità, sicurezza e per sentirci piccole star anche noi.
Tu che leggi, facci caso: non pubblicheresti mai una storia se avessi 0 follower, se nessuno potesse vedere ciò che pubblichi. Tanto varrebbe tenerla sul rullino.

Da generazione in generazione, il sogno/ambizione di lavoro è sempre stato quello di fare qualcosa che ti piace, e che ti permetta di guadagnare anche un sacco di soldi.

Quindi: perché criticare chi ha questa sacrosanta ambizione?

Il problema, semmai, è un altro: non puoi pretendere che Giambattista Valli disegni un vestito apposta per te se non hai l’indomabile attrazione fatale di Kendall Jenner (mi astengo da ulteriori commenti sull’immensità seduttiva della piccola Kardashian), o che la Wind ti chiami a promuovere una nuova offerta telefonica se non hai nemmeno un centesimo della simpatia di Fiorello.

Se vuoi influenzare qualcuno, devi possederne i mezzi, per natura o per bravura, e devi avere un’idea di chi vuoi essere e di cosa vuoi fare.
Altrimenti, non sarai capace di fare bene nemmeno un lavoro manuale come il meccanico.

C’è poi un altro piccolo particolare: a quei giovani è stato chiesto qual è il loro lavoro dei sogni, no cosa stanno lottando per diventare.
Magari, sognando di diventare il Montemagno della cosmetica, una ragazza nel frattempo si sta facendo il mazzo per essere un bravo avvocato, oppure un giovane studente che si è appena laureato in Marketing, nel mentre sogna di cantare come Ultimo all’Olimpico.

L’importante è sapere quanto vali: se pensi di valere tanto, dimostralo, e ci arriverai.

Perché il cerchio della vita, da sempre, si chiude sostituendo il destino con la propria volontà: dipende da te, quello che succederà.
E i sogni di oggi non sono molto diversi da quelli di ieri: si tratta pur sempre di desideri, strappati dal cielo di stelle per essere trasformarti in star sulla terra.

E tu ci credi, rockstar?

A testa in giù. Ma sul telefono

C’è qualcosa di interessante nello scambio di tweet fra Jim Carrey e Alessandra Mussolini.
Lui riporta un fatto di storia, citando la fine che ha fatto il fascismo.
Lei riporta un fatto di ora, perpetrando il malcostume hater del narcisismo da tastiera.

Senza star qui a dire chi abbia torto o ragione (immagino non debba essere bello neanche per lei vedere la vignetta del proprio nonno a testa in giù), mi colpisce più di tutto l’immediatezza dei social.

Quando mai, con tutto il rispetto, la Mussolini avrebbe interagito con Jim Carrey?

E lo stesso vale per noi: commentiamo Verdone, ci facciamo i cazzi dei Ferragnez, insultiamo il politico opposto al nostro, semplicemente perché la prossimità dell’era digitale ci fa sentire amici di tutti, dallo zio Gerry alla zia Anna (Moroni, chi altro).

Chi diventa famoso, accetta anche la vulnerabilità sociale: tutti ti conoscono, e chiunque ti dirà qualcosa. Ma a che prezzo?

Il rischio è quello che, continuando così, non solo possiamo entrare in contatto con qualsiasi specie umana, ma non avremo più con chi parlare nella realtà, dato che siamo tutti immersi nel periodo “ipotetico” dell’irrealtà.

Perché farsi i cazzi degli altri è ormai diventato un obbligo: devo dirti con chi sono, che sto facendo, e quanto mi sto divertendo non perché tu lo veda, ma perché io mi senta migliore di te.

La storia non è più magistra vitae, ma un frenetico cronometro da aggiornare su Instagram ogni volta che ci sembra esserci un motivo valido per vantarsi, col conto alla rovescia puntato sulla prossima puntata della nostra schizofrenia sociale a cielo aperto.

Per di più, ognuno rimane fermo nelle sue convinzioni, senza provare a utilizzare i post degli altri come un contributo alla diversità delle opinioni, ma solo un appiglio per dimostrare la validità delle proprie.

Se solo social equivalesse a una tendenza al miglioramento delle condizioni di vita e alla prossimità con gli altri esseri umani, esserlo avrebbe ancora un significato profondo nella società di oggi.
Altrimenti il rischio diventa quello di dirlo soltanto a parole, tweet e stories, configurando in realtà l’epoca meno social di sempre, intrisa di un narcisismo vincolato allo sfoggio di capi fuori di moda.

Prenderne consapevolezza sarebbe molto utile, senza considerare altrimenti il pericolo scampato di ricevere un tweet da qualcuno che non ci aspetteremmo.

Vero, Jim?

I superpoteri normali

Chi e’ un eroe?
Il dizionario direbbe <<chi si impone all’ammirazione di tutti per eccezionali virtu’ di coraggio o abnegazione>>, un bambino probabilmente risponderebbe indicando Hercules, la societa’ degli adulti invece lo identifica in un soggetto comune.
Lorenzo Pianazza e’ un ragazzo di Milano, 18 anni, che stava tornando a casa da scuola; scende le scale della fermata Repubblica della metropolitana e aspetta il treno. Solo che nel frattempo un piccolo bimbo di due anni e mezzo scappa dalla madre e si getta sui binari. Si crea un po’ di confusione, la gente si sporge per vedere cosa succede, ma nessuno interviene.
Lorenzo guarda il cartellone, “manca ancora un minuto e mezzo al prossimo treno” si dice, cosi’ scende anche lui, recupera il bambino e poi risale su.
Tutti lo acclamano, specialmente sui social, come un eroe.
Riflettendoci un po’ pero’, chi si e’ comportato in modo straordinario? Lorenzo (al quale, per inteso, va tutto il ringraziamento di ognuno di noi) o gli altri? Il suo gesto infatti e’ piuttosto normale, chiunque si precipiterebbe ad aiutare un bambino in difficolta’. Ma invece, come detto, non e’ cosi’.
Alcuni presenti si sono affacciati sui binari, magari spaventati, ma non ha fatto nulla. Non hanno avuto la stessa prontezza del giovane eroe, hanno osservato senza agire. E questo rispecchia la nostra societa’, dove tutti guardano, parlano, osservano ma non fanno nulla.
Lorenzo invece non solo ha salvato il bambino, ma si e’ preoccupato anche di recuperare la trombetta di plastica che il piccolo teneva in mano, in modo tale da riportarlo alla normalita’, come se non fosse accaduto nulla.
Capito dove sta la straordinarieta’?
Dichiarera’ poi al Corriere: “Ho fatto quello che mi sembrava giusto fare, sono sorpreso, non mi aspettavo tutto ‘sto scalpore, pensavo che non si venisse manco a sapere. Quando sono arrivato a casa non ho detto nulla, perche’ non era una cosa di cui volevo vantarmi.
Non siamo piu’ abituati a vedere persone normali, e quindi le confondiamo con gli eroi. La differenza pero’ sta proprio li’: molti si affannano alla ricerca di un’etichetta, si vantano sui social per cose di poco conto ricevendo l’approvazione dei loro simili e magari, in una situazione del genere, invece di sbracciarsi avrebbero abbracciato l’iPhone per riprendere la scena.
Il “Lorenzo” di turno invece agisce e basta, senza pensare ad altro. “Hai avuto paura?” gli hanno chiesto, e lui “No”.
Se lo consideriamo un eroe, iniziamo anche ad imitarlo allora.

Bacio alla francese

Parigi, la citta’ dell’amore.
E’ quello che deve aver pensato anche Juliana Corrales, una ragazza di 18 anni della California in gita scolastica in Francia. Prima di partire si era ripromessa di “non tornare a casa se non avessi baciato qualcuno sulla Tour Eiffel”.
Detto, fatto.
Proprio in cima alla torre piu’ romantica del mondo, ha incontrato un ragazzo e gli ha chiesto un tenero bacio, raccontandogli della scommessa fatta con le amiche.
Lui ha accettato, e cosi’ Juliana ha coronato il suo desiderio: sarebbe stato il rimpianto piu’ grande della sua vita, aveva detto alle amiche.
Subito dopo i due si presentano, ma presa dalla foga del momento la ragazza dimentica di chiedergli un contatto. E’ cosi’ che la storia fa il giro del web: lei pensa di aver trovato l’amore della sua vita, il vero colpo di fulmine, e chiede aiuto ai social per ritrovare il suo Gavin. Il popolo di Internet raccoglie l’appello e rintraccia il giovane in Texas.
Lieto fine, storia da mille e una chat?
Purtroppo no!
Gavin e’ gia’ fidanzato. Ma Juliana l’ha presa con filosofia: ha ringraziato tutti e ha detto di non disturbarlo ulteriormente. Quello che non si sa e’ come l’abbia presa la sua ragazza: magari lo sta cercando anche lei, ma per altri motivi.
A margine di questa storia viene lecito pensare quanto sia bello l’amore spontaneo, quello che nasce senza troppi problemi, libero e sfacciato, quello che sboccia durante una gita o quello innescato da un incrocio di sguardi in centro: magari dura anche poco, ma di sicuro ha un gusto intenso. E vale la pena rischiare.
Sapete cosa ha fatto la mamma di Gavin? Ha chiesto a Juliana di baciarlo di nuovo, in modo da potergli scattare una foto insieme. Lei si che ha capito come funziona.
Buttatevi: meglio rischiare di prendersi un no secco, che rischiare di lasciarsi sfuggire un si indimenticabile.
Com’era? Parigi val bene una (scom)messa.
Puntate!

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