L’insostenibile leggerezza dell’essere Presidente

Nel corso di un evento sulle Giornate dell’Energia, Nello Musumeci, governatore della Sicilia, ha definito l’80% dei dipendenti regionali «assolutamente improduttivi».

Questa ammissione di inefficienza, però, stride con i bonus ai dirigenti regionali che lo stesso Governo guidato dal Presidente Musumeci ha riconosciuto nel 2019.
I dirigenti di prima fascia hanno infatti ricevuto, grazie ad una apposita delibera di giunta, un bonus da 6 mila euro per la loro efficienza ed eccellenza, sollevando le ire dell’allora deputato all’Ars Giancarlo Cancelleri.

Il problema allora si sdoppia: da una parte, Musumeci elogia i dirigenti; dall’altra, ne critica i sottoposti. Di conseguenza, o è stato riconosciuto un premio non dovuto, oppure il Presidente siciliano si è accorto solo adesso di questa inefficienza.

In questo limbo di incertezza, l’unica cosa indiscutibile è la valutazione ambigua che Musumeci fa dei dipendenti regionali: una volta sono troppo bravi, un’altra diventano improduttivi.
Come si conciliano questi opposti? E come mai la differenza risulta chiara solo adesso?

Musumeci è Presidente della Regione Siciliana dal 2017. Di tempo per accorgersi se qualcosa non andasse bene (cioè se qualcuno non lavorasse) ne è passato.
Per non dire della scarsa considerazione dello smart working che il Presidente delinea, quasi che fosse uno strumento utile solo all’ozio professionale.

Di certo, nessuno si aspetta di vedere trasfigurato l’ologramma del dipendente regionale seduto in poltrona, con una trafila di pratiche inevase sulla scrivania, e col piede pronto a timbrare l’uscita dall’ufficio. Ormai ce ne siamo abituati.
Ma nemmeno si può raffigurare quasi l’intera classe operaia come improduttiva.
All’interno degli uffici regionali ci sono professionisti che lavorano, che portano avanti le pratiche, che realizzano gli obiettivi che la stessa giunta regionale si prefigge.
Purtroppo, però, un dipendente che porta a termine il suo lavoro non fa notizia.
Uno che timbra in mutande, invece, è molto più interessante da spargere sui social.
Ma se poi ci si mette anche il Presidente regionale a rinforzare la tesi del “fannullone“, allora siamo di fronte a un cortocircuito.
Perché in questo caso non accusi la classe dirigente, e nemmeno i semplici impiegati regionali, ma, come un boomerang, stai incolpando te stesso.

Musumeci dovrebbe fare un j’accuse personale, confessando il fallimento del controllo sulla qualità del lavoro svolto e l’impotenza di garantire che ognuno faccia il suo dovere.
Per di più, l’ammissione pubblica ti condanna al concorso di colpa: in tanti si sono nascosti dietro la tipica “a mia insaputa” che li assolve da ogni peccato. Almeno in questo, a Musumeci va dato atto di aver detto la (sua) verità.
Ma essere consapevoli di un problema e non saperlo risolvere è forse ancora peggio, perché dimostra l’incapacità di governo che differenzia un politico concreto da un propagandista.

Se la tua forza lavoro non rende, non dovresti innescare una lotta con i sindacati (che peraltro lo hanno querelato per queste frasi), ma invogliare i tuoi dipendenti a fare di più e meglio, e non necessariamente con la forza.
Altrimenti il tuo atto d’accusa diventa un buco nell’acqua, capace di ricevere l’eco di un tonfo affogato e non l’applauso di un popolo esaudito.

Per diventare bellissima, la Sicilia non ha bisogno di essere sgridata.
L’unica cosa di cui si ha bisogno è un leader che sappia trarre il meglio dalla sua squadra, sia quella che rappresenta sia quella che non lo ha votato, sia quella che si è scelto che quella che si è ritrovato a governare.

I rimpalli non servono a fare gol.
Il più delle volte ti tornano indietro; al massimo fanno palo.
Ma in nessun caso ti fanno vincere la partita. O le prossime elezioni.

Tra passato e futuro, ci siamo noi

Un’azienda che assume (ammesso che sia una pratica ancora attuale), inizia la conoscenza del candidato a partire dal suo passato, dalle esperienze pregresse, da chi è stato o ha dimostrato di “saper essere“.

Il curriculum diventa la tessera preziosa del futuro, quel pezzo mancante senza il quale non si può capire la storia di una persona, e di conseguenza il suo domani.

Ma fermiamoci un attimo. Perché chi si è stati dovrebbe corrispondere a chi si sarà?
Chi assicura che basarsi sul passato sia una condizione sufficiente per predire l’affidabilità futura di una persona?

Da Cicerone a Confucio, la Historia Magistra Vitae è stato l’elemento essenziale della conoscenza e della prevedibilità dell’uomo: «studia il passato se vuoi prevedere il futuro».

Ma quanti di noi furono simili alle donne e agli uomini che sono diventati adesso?

Si sa che la vita è un miscuglio di casualità, fortuna e bravura per cui il cambiamento è l’unica costante che caratterizza lo stato di natura. Ed è proprio per questo che, facendo affidamento solo sul passato di una persona, si rischia non soltanto di perdere di vista le potenzialità di quel soggetto, ma anche di condizionare le sue innumerevoli destinazioni.

Pensate a qual è il motivo per cui tutte le persone che abbiamo di fronte fanno proprio quel lavoro.
Forse che un fornaio ha vinto il premio alla materna per i biscotti che ha sfornato? O un Sindaco è stato da piccolo quello che risolveva i pianti degli altri? O un infermiere ha per certo avuto un vissuto da tutore di Cicciobello?

Non sempre il nostro passato ci indica dove andremo, perché – oltre al cambiamento – la vita è questione di scelte che si fanno e così, da commessa di un negozio, una giovane ragazza può diventare un broker assicurativo, o un cameriere può ritrovarsi a gestire una impresa edile nel giro di qualche mese.

Chi saremo non dipende solo da chi siamo stati.
Specialmente se ciò che ci portiamo dietro è il frutto di scelte forzate, inconsapevoli o sbagliate che comunque ci siamo ritrovati a fare.

Un unico, grande percorso: pieno di mete, privo di tracce.

Chiedere un curriculum alla prima esperienza è saccente.
Chiederlo a un lavoratore affermato è inutile, perché già sai cosa quella persona ti può offrire.

Dovremmo allora concentrarci di più su chi abbiamo di fronte, indipendentemente da quello che ha fatto in passato. Solo così potremo delineare chi diventerà in futuro, e non per similarità con punti pregressi della sua esistenza, ma per ciò che lo differenzia dagli altri e che lo rende adatto a quel lavoro, e che differenzia sé stesso rispetto a chi è stato prima.

Una buona azienda non si limita a chiedere il curriculum. Lo costruisce.